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Mali-Cosa sta accadendo? Tra jihad, povertà e neocolonialismo

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MALI

una crisi politico istituzionale emblema del fallimento delle ricette liberiste nel continente Africano?
Emilio Ciardiello

In Mali, nel cuore del Sahel, si è aperta una crisi politica che si sta sviluppando per molti aspetti in modo insolito rispetto alle innumerevoli crisi dei paesi africani, e che se espressa con un’immagine, rischia di essere come quelle crepe che si aprono in un muro e che velocemente finiscono per far crollare l’intero edificio.

Il 19 di agosto un golpe militare, portato avanti dalla guarnigione di Kati, principale base delle FAMa (Force Armes Malianes) a pochi chilometri dalla capitale Bamako, ha costretto il presidente Ibrahim Boubacar Keita alle dimissioni. Il golpe guidato da alti ufficiali si è sviluppato con la cattura del Ministro della Difesa, del Ministro delle Finanze, del Primo Ministro Boubou Cisse, e del presidente Keita. Il presidente, condotto insieme agli altri al campo militare di Kati, ha annunciato le proprie dimissioni.  I militari golpisti costituiti da alti ufficiali dell’esercito hanno sciolto l’Assemblea Nazionale, e il governo del paese è passato ad un Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo (CNSP), presieduto da un giovane colonnello, Assimi Goita.

Il golpe militare segue a settimane di proteste e manifestazioni di rivolta portate avanti dal fronte delle opposizioni, che da giugno ha mobilitato la popolazione in manifestazioni di piazza con la richiesta di dimissione del presidente Keita. Il CNSP ha dichiarato di voler traghettare il paese in tempi brevi a nuove elezioni ed al rispristino della vita democratica e costituzionale del paese. Applaudito dalle opposizioni, il golpe è stato condannato unanimemente dalla comunità internazionale (ONU, Francia) e dalla Ecowas. Ciò che appare peculiare di questo golpe è da un lato la mancanza di spargimento di sangue e di violenze, e dall’altro di essere interprete delle richieste di cambiamento dei manifestanti e delle opposizioni.

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Magaldi: la politica allo sbando corteggia Draghi, sperando di archiviare l'incubo della paura e il disastro nazionale provocato da Conte

Il presidente del Movimento Roosevelt: mentre si annuncia un possibile cambiamento di portata storica, è scandalosa la nomina all'Oms di Mario Monti, vero demolitore della sanità italiana, propiziata dal partito "cinese" nel quale milita anche il massone reazionario Romano Prodi

 

«La politica italiana sta platealmente corteggiando Mario Draghi, in veste di ipotetico salvatore della patria, dopo il disastro nel quale Giuseppe Conte ha sprofondato il paese, abusando del lockdown, senza poi riuscire a risollevare l'economia con adeguati interventi per dare ristoro a famiglie e aziende». Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt ed esponente italiano del circuito massonico progressista sovranazionale, vede avvicinarsi l'ora di Mario Draghi, crocevia decisivo per il destino dell'Italia: «Lo stesso Draghi - come peraltro richiestogli - sta ben attento a non cedere a nessun compromesso al ribasso: sarà spendibile solo per fare grandi cose, in grado di capovolgere la situazione». Ovvero: liberare l'Italia dalla doppia schiavitù della quale è prigioniera: il ricatto della paura, costruito da Conte col pretesto della pandemia, e la sudditanza rispetto a un'Ue che, «con i quattro baiocchi del Recovery Fund (neppure investiti in modo strategico, ma sprecati in maniera malamente assistenziale) ci costringerà a pagare il conto, salatissimo, dell'ennesimo "debito cattivo"». Lo ha spiegato al Meeting di Rimini «proprio quel Draghi che, a marzo, sul "Financial Times", propose un ben diverso orizzonte: e cioè, fronteggiare la crisi planetaria innescata dal virus emettendo miliardi a fondo perduto, destinati a non trasformarsi affatto in debiti da ripagare».

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