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Geopolitica e Difesa

Il ruolo della Partecipate statali parte seconda: Leonardo.

Un nuovo puntuale e brillante intervento di Antonio Avigliano che riguarda un'altra partecipata statale dopo ENI: Leonardo

La seconda parte delle valutazioni sulle partecipate statali riguarda Leonardo Abbiamo precedentemente visto l'importanza di ENI per quanto riguarda l'indipendenza energetica dell'Italia, ma anche riguardo la ricerca sulle rinnovabili. Ora si esamina un altro colosso delle partecipate statali, che fa la parte del leone in un comparto che produce 13,5 miliardi l'anno solo nel settore areonautica e difesa, occupa 160.000 addetti ed esporta il 70% della produzione. Soprattutto permette all'Italia di rimanere nel novero delle nazioni di primo livello per quanto riguarda la produzione di altissima tecnologia, di mantenere una certa indipendenza nel settore degli approvvigionamenti della difesa, permettendo inoltre al paese di partecipare alla pari in progetti congiunti che poi hanno una notevolissima ricaduta a cascata sulle piccole e medie imprese nell'avanzamento tecnologico, tramite anche lo sfruttamento dei conseguenti brevetti. Il prestigio concreto che questo comporta, il "ranking" che ci porta l'essere una potenza tecnologica in settori chiave è una carta da giocare anche in termini geopolitici nel rapporto con le altre nazioni.

ENI & LEONARDO & FINCANTIERI: il ruolo delle partecipate statali nella crescita dell’Italia

Parte II: Leonardo
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                Il focus su Leonardo (ex Finmeccanica) partedalla firma del Memorandum of Understanding con CdP (Cassa Depositi e Prestiti) ed ELITE sulla “ELITE Leonardo Lounge”. Di cosa si tratta nello specifico?

L’accordo siglato prevede la nascita di una collaborazione finalizzata a sostenere la crescita dei fornitori strategici di Leonardo, strutturare e mettere a disposizione strumenti e soluzioni, finanziari e non, nell’ottica di accelerarne e supportarne i piani di sviluppo.

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Il ruolo delle Partecipate statali nella crescita dell'Italia: prima parte ENI

In abbinamento alla seconda parte del'analisi sull'importanza delle partecipate statali, ripubblichiamo sul nuovo blog del dipartimento la prima parte, riguardante il ruolo geopolitico, strategico di ENI
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Inizia una serie di valutazioni e di sensibilizzazione sull'importanza per l'Italia, e di conseguenza per  tutti noi ,delle partecipazioni statali. Queste sono un tesoro inestimabile per il ruolo, la salute economica, lo sviluppo tecnologicvo  e il conseguente "ranking" del nostro paese a livello mondiale, e il loro controllo è di importanza inestimabile e inalienabile, pena la sempre minore indipendenza del nostro paese. Ci sono stati ( e in parte ci sono ancora, anche se tenuti sotto silenzio mediatico), ripetuti tentativi per l'alienazione di questo patrimonio e per la completa privatizzazione di tali importanti risorse, anche da parte di certi circoli di potere italiani, per lo più di stampo neoiliberista o neoliberista "mascherato" Rimane quindi alto  il conseguente pericolo di acquisizione del controllo da parte di altre potenze estere. . Il Movimento Roosevelt è assolutamente contro tali manovre e pervicacemente  favorevole, pur nel rispetto delle regole di una sana economia di mercato di stampo social-liberale, al mantenimento di tali asset strategici. Nella prima parte si esaminerà l'importanza di ENI, grazie a una brillante ed esaustiva analisi di Michele  Nacchieri, importante risorsa del Dipartimento Esteri e Difesa, analisi che ha pochi riscontri di così alta qualità,sia a livello nazionale che internazionale; seguiranno Leonardo, Fincantieri e per finire una panoramica di tutte le altre realtà relativamente minori, ma non meno rilevanti nel loro complesso



PARTECIPATE STATALI - 1° Parte
ENI

Il rapporto fra le aziende partecipate/controllate dallo Stato (ossia tutte quelle società nelle quali lo Stato detiene una parte delle quote azionarie) e lo Stato stesso è da sempre il fulcro attorno al quale si sviluppa, se ben indirizzata, l’economia di un intero Paese. Tale simbiosi è stato il pilastro su cui si è appoggiata gran parte della ricostruzione del Dopoguerra e che ha permesso all’Italia di conquistare un ruolo preminente nel contesto europeo in generale. Un virtuosismo interrotto dalla stagione delle privatizzazioni selvagge, frutto avvelenato delle politiche neoliberiste applicate sia all’esterno, sia all’interno dei nostri confini, che dal ’94 al 2010 ha notevolmente alleggerito il peso delle casse pubbliche su moltissime realtà industriali nostrane. Basti consultare la Relazione sulle privatizzazioni redatta dal MEF per meglio farsi un’idea dello smantellamento messo in atto, quest’ultimo capace di fruttare durante tutto il periodo circa 97 miliardi di euro a fronte della rinuncia da parte dello Stato Italiano a numerosi gioielli produttivi che nel tempo hanno visto accrescere il proprio valore di mercato. Dalla dismissione dell’INA (4.8 mld) alla vendita del 68% di quote della Banca Nazionale del Lavoro (3.4 mld), dalla cessione totale di Telecom Italia (13 mld) a quelle parziali di ENI (29 mld a partire dal ’95) ed ENEL (34 mld di euro)per non citare lo smantellamento della chimica. A tal proposito, stando alle ultime dichiarazioni rilasciate a margine dell’Eurogruppo di Helsinki del ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, un’altra tranche di privatizzazioni sta per essere attuata: le società nel mirino potrebbero essere ancora una volta ENI, Poste Italiane, ENAV (azienda che gestisce il traffico aereo su tutto lo spazio aereo italiano) oltre che StMicroelectronics (fiore all’occhiello dei dispositivi a semiconduttore). Il meccanismo prevedrà la cessione di quote attualmente in mano allo Stato alla Cassa Depositi e Prestiti (anch’essa controllata per l’83% dal MEF): trattasi dunque di un ricircolo finanziario (con parziale perdita di controllo, proporzionale a quel 17% di CDP in mano ai privati) atto a iniettare subitaneamente nelle casse dello Stato una cifra che si aggira intorno ai 6 mld di euro in vista della manovra finanziaria di fine anno. Speriamo non sia un primo passo per la perdita di controllo di un patrimonio che è di tutti gli Italiani.

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Cinafrica

Un nuovo lucido e puntuale intervento congiunto di Emilio Ciardiello, Ruben Giavitto e Alessandro Loreto sull'Africa, la penetrazione cinese e l'Occidente che completa gli interventi precedenti ed è prologo dei successivi che riguarderanno le prospettive di integrazione economica del continente.



CINAFRICA
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Riprendendo le analisi illustrate nei precedenti articoli, dobbiamo tener presente che la penetrazione cinese nei singoli stati africani rientra nel più grande e immenso progetto transcontinentale e transoceanico che è la Nuova Via della Seta, meglio conosciuta come "Belt and Road Initiative" (BRI). La penetrazione cinese segue l’epoca del colonialismo occidentale che ha prodotto la dominazione e lo sfruttamento del suolo africano e una certa occidentalizzazione del tipo di strutture statali e anche di parte del panorama culturale. Naturalmente, essendo calate in epoche storiche differenti, la penetrazione cinese è profondamente differente da quelle passate, è più simile a quella fatta dagli USA, dal dopoguerra, cioè nel senso più marcato di egemonia economica. Il gigante asiatico, a seconda delle circostanze, ha preso determinati schemi dal vecchio colonialismo occidentale e li ha rielaborati in versione propria per poi applicarli in ambito politico-economico-commerciale. Si ricorda che la Cina va ormai considerata un attore geopolitico mondiale con cui bisogna e bisognerà sempre più fare i conti e che della globalizzazione, per innumerevoli motivi talvolta anche in contrasto fra loro, ne ha tratto i maggiori benefici.

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La penetrazione Cinesse in Africa: e l'Occidente.

In abbinamento con l'ultima analisi rooseveltiana sulle politiche cinesi e occidentali in Africa "ristampiamo" in questo blog gli interventi precedenti già apparsi sulla pagina del Dipartimento Geopolitica e Difesa di M.R ragruppandoli assieme.

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La strategia della Repubblica Popolare di Cina e la sua penetrazione in Africa.

Premessa.

 

I grandi cambiamenti del XXI secolo ci mettono sempre più davanti a scenari articolati e

complessi, caratterizzati spesso da una loro accresciuta estensione e vastità. Questi scenari

partono dal progressivo, lento ma inesorabile sgretolamento dei grandi imperi coloniali nei

secoli XIX e XX, dalle conseguenze dei due conflitti mondiali dai quali scaturirono gli accordi

di Yalta nel 1945 che disegnarono di fatto la nascita di un nuovo equilibrio economico,

geopolitico e militare bipolare (caratterizzato appunto dalla delimitazione rigorosa tra

potenze occidentali democratiche da una parte e blocco comunista orientale dall'altra,

equilibrio che ha marcato la seconda parte del XX secolo fino al 1989), e dallo sfaldamento

dello stesso equilibrio con l’implodere dell’URSS e del suo sistema di alleanze. Queste

delimitazioni descritte in veloce sintesi saltarono e negli anni novanta il mondo cambiò: gli

avvenimenti hanno bruciato sul tempo i passaggi storici che per forza di cose sono molto più

lenti per ovvi motivi di analisi. Da un mondo a trazione bipolare fondamentalmente dominato

da due superpotenze nucleari (USA e URSS) si è in breve passati a un mondo multipolare

con la rapida ascesa sul teatro globale di nuove grandi potenze anch’esse militarmente

atomiche, non certo ancora a livello di Stati Uniti e Russia, ma in qualsiasi caso da tenere in

ragguardevole rispetto.

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Ibrahim Awwad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai (fu vera morte?) i Curdi siriani e il resto del mondo

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brahim Awwad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai detto Abu Bakr Al Baghdadi non poteva sparire in un momento migliore. Poco importa, come affermato anche da Gioele Magaldi, se sia morto effettivamente o meno, quello che conta è il significato mediatico e la conseguenza dell’avvenimento. Ci sono elementi che fanno propendere per una morte effettiva del califfo, altri destano qualche dubbio. Da una parte ci sono militari ed ex generali che rimproverano a Trump di aver rivelato tattiche e strategie delle SOF(special operation force) americane della Delta Force come ad esempio l’abbattere muri per evitare le possibili trappole nelle entrate delle abitazioni, il numero di elicotteri impiegato otto (8) il tempo di volo 1h e 10 minuti (1,1h) da cui si può tentare di dedurre la località di partenza e arrivo, l’aver tratto in salvo undici (11) bambini (che potrebbero far pensare a un atteggiamento ingenuo o incauto di Trump, quindi sincero, anche se nostro parere può essere un messaggio a chi può intendere), dall’altra ci sono perplessità sia nel racconto stesso di Trump, poiché non può aver sentito e visto in diretta gli ultimi momenti del califfo, dato che le telecamere dei soldati non potevano trasmettere dal sottosuolo, quindi non può aver visto Al Baghdadi piagnucolare e farsi esplodere con tre (3) dei suoi figli. Oltretutto desta perplessità sia la durata e le modalità dell’azione al suolo, quattro ore sono davvero tante per un raid (azioni di questo tipo devono di solito essere rapidissime per poter essere risolutive) e senza alcuna perdita e neppure feriti, sia il pronto riconoscimento del DNA del califfo probabilmente contaminato e mescolato anche a quello dei figli, visto che i corpi sono stati maciullati dall’esplosione (anche se si afferma che la testa sia rimasta fortunosamente intatta e un primo riconoscimento, pure visivo, sia stato fatto in base alla stessa). In condizioni ottimali ci vogliono circa un paio d’ore per l’analisi del DNA e le tempistiche tra il raid, partito alle 23 ora locale, la durata dell’azione e le prime indiscrezioni arrivano al limite delle possibilità tecniche.. Anche gli antefatti sono più da romanzo di Tom Clancy che da storia realmente possibile. Il tradimento di un uomo che ha avuto un parente ucciso dall’ISIS e che ha procurato il sangue del califfo per il riconoscimento del DNA (come se fosse facile procurarsi il sangue di un uomo irraggiungibile, e poi perché il sangue e non una ciocca di capelli o un pezzo d’unghia che sarebbe stato più facile?) o di una donna che ha collaborato con le formazioni femminili del’YPG (sommo sfregio per le ideologie di Baghdadi) se non impossibili, sembrano improbabili. Un generale russo, malgrado Trump abbia ringraziato anche la Russia per aver lasciato libero un corridoio per il transito di elicotteri, dichiara che i sensori russi non hanno assolutamente rilevato alcun sorvolo delle zone interessate da parte di mezzi volanti occidentali. E’ vero che gli elicotteri probabilmente hanno viaggiato molto bassi, appunto per non farsi rilevare da dispositivi di intercettazione, è vero che gli strumenti di rilevazione russi e siriani in quella zona non sono sicuramente ottimali e non possono competere con quelli della madrepatria e che ci vorrebbe un aereo radar per monitorare con precisione i velivoli a bassa quota, però lascia perplessi, se ciò dovesse corrispondere alla verità, che i Russi, malgrado siano stati preavvertiti, non abbiano rilevato proprio niente. Certo, potrebbe essere una manovra per offuscare l’incontestabile vittoria mediatica degli USA, ma soprattutto i Russi avevano interesse all’eliminazione del capo dell’ISIS. E poi, perché andare a gettare in mare i resti, che è anche uno spregio per i rituali islamici, quando tutta l’operazione si è svolta molto lontano dal mare?

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La nuova guerra di troia per l'energia

Preosegue, in abbinamanto a nuovi analisi e proposte geopolitiche di MR (questa volta sulla situazione siriana), la "ristampa" di precedenti interventi. La nuova guerra di Troia per l'energia a distanza di tempo acquista sempre più valore e attualità poichè le dinamiche descritte si stanno confermando.
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   Un nuovo focolaio di tensione si sta profilando nel Mediterraneo Orientale, in realtà non è nuovo, in senso stretto, ma l‘evoluzione delle condizioni geopolitiche può farlo divenire molto più pericoloso che nel passato. Non ci stiamo riferendo a Israele o alla Siria dove le situazioni sono incancrenite ma stabili, anzi, in lieve miglioramento con una minaccia dell’ISIS residuale, né all’Egitto. Ma alla Grecia, alla Turchia e a Cipro. Ci sono state crisi molto gravi in quest’area, a esempio l’invasione di Cipro da parte della Turchia nel 1974, quindi, cosa c’è di nuovo? Tre condizioni fondamentalmente: i ricchissimi giacimenti di idrocarburi scoperti di recente, il neoottomanesimo della Turchia impersonato da Erdogan, e il nuovo ruolo di Russia e Cina collegati proprio alla nuova posizione della Turchia stessa. Sì è già ribadito che la Turchia potrebbe divenire, se non lo è già, uno dei principali problemi geopolitici dell’Italia. Andiamo con ordine.

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Uk e Russia: tra imperi perduti e ruoli futuri

Un brillante e acuto scritto di Emilio Ciardiello che completa per certi versi l'analisi sulla Brexit. Due nazioni che nonostante le diffidenze e rivalità reciproche hanno molto in comune. Due nazioni che si sentono ancora imperiali. Due nazioni che avevano  perso un'impero ma non  avevano (hanno) trovato un ruolo. Due nazioni che hanno (avevano) perso l'Europa (la Russia il Patto di Varsavia) ma non hanno (ancora) ritrovato un impero.
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Rapporti UK – Russia alla luce di una possibile Brexit

Sebbene non sia ancora chiaro se e come avverrà, sembra che il Regno Unito si avvii in un modo o nell’altro verso la Brexit. Ci si domanda quali potrebbero essere gli effetti di una possibile Brexit sui rapporti diplomatici e politici tra la Federazione Russa e il Regno Unito.

Ora è molto difficile poter immaginare quali saranno i rapporti tra il Regno Unito e un qualsiasi altro paese, quando non è chiaro se e come, dopo la Brexit, il Regno Unito riuscirà a rimanere, appunto, un Regno Unito.

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Brexit


Questa è la prima di una serie di "repliche" di interventi già postati in precedenza sulle pagine del Movimento Roosevelt , quando non era ancora attivo il blog dedicato a questo Dipartimento, e che, a dispetto di una certa "anzianità" anzi proprio per quello, vedono accresciuto il loro valore, poichè quello che è stato scritto si conferma ogni giorno di più.
Iniziamo con la Brexit cui seguirà un post nuovo  sui rapporti tra UK e Russia alla luce della stessa Brexit e dei punti in comune e soprattutto di contrasto  tra queste due nazioni.


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Brexit e Kafka

(con un pizzico di Jung)

 

 

         Ian McEwan ha dichiarato che scriverà un libro su brexit e Kafka. Accostamento non poteva essere più azzeccato. Penso che tutta la vicenda abbia veramente un non so che di kafkiano, surreale. Se si cerca di razionalizzarla probabilmente non si arriverà molto lontano. Sembra più materia per psicologi che per analisti e politologi. La spiegazione probabilmente sta nell’inconscio collettivo degli abitanti della Gran Bretagna, nelle loro paure, nelle loro illusioni, nelle loro fantasie, nei loro istinti, nella loro memoria storica che come ogni memoria che affonda le radici nel mito è soggetta a una serie di affabulazioni e, soprattutto, nella sete dei politici di affondare in tutte queste pulsioni per racimolare consensi. Concentrarsi infatti emotivamente su Alexander Boris de Pfeffel Johnson o Nigel Farage, impedisce di andare a fondo e analizzare le dinamiche e le cause più profonde del conflitto lacerante (di idee) che coinvolge le nazioni britanniche, specialmente quella inglese. Questi non hanno fatto altro che fiutare gli istinti più profondi della popolazione e fare da catalizzatore. Se non ci fossero stati loro ci sarebbe stato qualcun altro al loro posto a fare più o meno (con differenti sfumature, certamente e forse con differenti interessi personali) le stesse cose

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Il Cile, stretto tra i fantasmi delle passate, spietate repressioni e il fallimento delle politiche neoliberiste

chile2 df423Di seguito un intervento di Pietro Beltrame, nuovo membro del Dipartimento Geopolitica Esteri e Difesa che spiega le motivazioni e il percorso che ha portato il Cile a protestare e a scendere nelle piazze. I media mainstream, come già successo per la Grecia, non informano sulla reale gravità ed esstensione della protesta in Cile, sulle reali condizioni economiche della popolazione  né, colpevolmente informano sulle gravi violazioni dei Diritti Umani che là avvengono, con un numero di vittime molto superiore alle cifre ufficiali, con violenze in parte provocate ad arte per screditare le proteste, con casi di tortura e di detenzioni di massa che evocano i fantasmi della repressione golpista di Pinochet.

. M.R., che ha nello statuto la promozione e la difesa dei Diritti dell’Uomo, sarà sempre vicino a chi si vede deprivato di tali diritti e a chi manifesta pacificamente per abbattere ingiustizie e discriminazioni sociali e per cambiare le tossiche politiche neoliberiste. El pueblo unido jamas serà vencido.

Al mio primo viaggio in Cile del 1996,

atterravo a Santiago del Cile e pensavo di trovare favelas sudamericane, disuguaglianza e povertà ma il paese sembrava moderno ed evoluto, non si vedeva gente che stava male, le infrastrutture sembravano efficienti, mille locali e notti lucenti. Tutto pulito ed ordinato. 

Da pochi anni il Cile era uscito dalla dittatura di Pinochet ed i cileni erano fiduciosi. 

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Contro ordine. I missili potrebbero non essere ritirati nemmeno a 31 dicembre. Impediamolo.

Si inaugura il blog del Dipartimento Geopolitica Esteri e Difesa con un rinnovato appello, visti i recenti sviluppi della vicenda dei missili italiani stanziati in Turchia.
Qui di seguito il post.

Fermi Tutti: Contro ordine!

La batteria di missili AA rischia di non venir più ritirata.

Non solo sembra che i missili Samp/T italiani non vengano ritirati dalla Turchia entro il 15 novembre, ma al 31 dicembre come precedentemente preventivato; il Segretario Generale della Nato vuole premere per un rinnovo della permanenza dei missili per la "difesa AA" dello spazio turco. I missili italiani erano rimasti in Turchia anche per convincere Erdogan a non acquistare gli S400 russi in favore degli Aster30. Ora che i Turchi hanno comperato i missili russi, anche questa scusa (che non regge in questo caso poiché Erdogan non può più, e da tempo, essere considerato un alleato) viene a cadere. Tante parole spese anche da ambienti vicino al governo per nulla? FERMIAMO TUTTO QUESTO. FIRMATE LA PETIZIONE PER IL RITIRO DEI MISSILI. Solo un'azione decisa da parte dell'opinione pubblica può fermare questi propositi.

https://www.change.org/p/ministero-della-difesa-l-italia-ritiri-la-propria-batteria-di-missili-aster-30-dal-confine-turco-con-i-curdi?recruiter=40993354&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=psf_combo_share_abi&utm_term=share_petition&recruited_by_id=6c24dfc0-543f-0130-0f6d-00221968d0e0&share_bandit_exp=abi-18367863-en-GB&share_bandit_var=v3&utm_content=fht-18367863-en-gb%3Av13

Impediamo che la volontà del Segretario della Nato venga eseguita.

Non dobbiamo dimostrare nessun appoggio nemmeno indiretto  alle politiche aggressive turche.

https://www.defensenews.com/global/europe/2019/10/24/amid-syria-discord-nato-chief-backs-extending-air-defense-help-to-turkey/

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