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    Segnaliamo un evento non rooseveltiano, ma in cui sono coinvolti due importanti dirigenti MR come Gioele Magaldi e GianfrancoPecoraro (Carpeoro). Un evento molto interessante per cittadine e cittadini, donne e uomini di ogni estrazione sociale.Un...

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    É davvero ammirevole come ne “Il nome della Rosa” Umberto Eco già analizzasse come le grandi narrazioni possano avere presa sulle persone che non esercitano il pensiero critico; nonostante le distorsioni e le incoerenze tra narrazione e fatti e...

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    Le false questioni che distraggono l'opinione pubblica: articolo di Daniele Cavaleiro No vax o si vax, no mask o si mask e poi il green pass, ma sono proprio queste le tematiche così importanti che la nostra società deve affrontare? Personalmente, non mi...

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Italia-Libia una storia che parte da lontano

Pur non essendo d'accordo con alcune conclusioni dell'articolo pubblico volentieri questo prezioso contibuto di Alessandro Loreto e Ruben Giavitto. A mio modo di vedere la Turchia di Erdogan è un pericolo fin troppo sottovalutato.

                                     Italia-Libia, una storia che parte da lontano

L’Italia è stata una dei più importanti tramite tra la Libia e gran parte della comunità internazionale fino al 2011, quando la NATO soprattutto per volontà della Francia provocò la caduta di Gheddafi. Da allora la Libia è cambiata in modo radicale rispetto agli ultimi decenni e l’Italia è venuta a perdere il ruolo preminente che aveva avuto per tanti anni. È perciò importante tracciare una mappa dei nuovi equilibri, e ciò per più ragioni che ora proveremo ad esporre.

La prima ragione è che gli italiani pensano alla Libia (come ad altri paesi del Nord-Africa) e al Mediterraneo in generale attraverso schemi superati. Questo ritardo percettivo in geopolitica è un problema; la mente infatti ha bisogno di tempo per adeguarsi alle nuove realtà. I cambiamenti nel mondo materiale sono rapidi e spesso improvvisi, mentre la mente è lenta e articolata e fatica a stare dietro ai mutamenti. Ciò è un problema sia tra i singoli essere umani che talvolta nelle valutazioni di una classe politica nazionale sull’altra. Facciamo un esempio. Si pensi al rapporto con la Turchia: molti italiani e tra loro una buona parte dei politici pensano che questa abbia interessi irrimediabilmente inconciliabili con quelli dell’Italia. Tutto ciò è una visione distorta, filtrare la realtà odierna attraverso l’Impero Ottomano è un esempio di quanto possa essere lento e goffo il processo di adeguamento della mente alla realtà. La Turchia di oggi non è quella della battaglia di Lepanto del 1571, e gli interessi sia della Turchia che dell’Italia e dell’Occidente non sono gli stessi nel 2020.

Un altro motivo per cui è urgente tracciare una nuova mappa degli equilibri, è che l’Italia ha perso posizioni di influenza geopolitica e deve recuperarle. Per riuscire in questa impresa il nostro paese dispone di risorse materiali e immateriali. Se l’Italia avesse una crescita importante potrebbe fare in Libia ciò che la Cina sta facendo in Etiopia: investire soldi e portare dalla sua parte la popolazione e le élites politiche. Ma l’Italia è in crisi economica e non può seguire questa strada, quindi le restano le risorse immateriali che sono le alleanze e le strategie. Per quel che riguarda le alleanze nonostante la lentezza diplomatica nell’adeguarsi alle nuove realtà, si sappia che l’Italia è alleata della Turchia. Non si tratta di una stretta di mano ma di un abbraccio, Erdogan è intervenuto per difendere il governo di Tripoli sostenuto dall’Italia, di cui ha anche difeso l’ambasciata dagli attacchi di Haftar. Senza l’intervento di Erdogan, quasi certamente il governo di Tripoli sarebbe caduto con danno gravissimo per i nostri interessi in Tripolitania e gravi pericoli per il nostro ambasciatore che rappresentando lo Stato è cosa vitale a livello politico-diplomatico.      La nuova realtà libica impone agli italiani di pensare alla Turchia come ad un alleato territoriale. Sarebbe saggio in questo caso applicare una buona dose di realpolitik.

Per accettare il cambiamento l’Italia dovrebbe imparare dai non sempre amati cugini francesi. Infatti la Francia (la sua diplomazia) che ha uno Stato nel senso più alto e nobile del termine, non ragiona in base al mondo di Lepanto, tant’è vero che al termine dell’avanzata di Haftar contro Tripoli, la Francia si è schierata con l’Egitto musulmano e non con l’Italia cristiana. L’Italia pregava la Francia di non stringere quell’alleanza, ma quest’ultima non ha avuto riguardi, perché lo Stato francese ha un’identità più forte di quella italiana, di conseguenza riesce a calcolare meglio i propri interessi. E come già detto all’inizio del nostro articolo non ha avuto riguardi verso la posizione e gli interessi italiani (suo storico alleato Nato) nell’intervenire e provocare la caduta di Gheddafi in Libia, pur avendo in linea di massima il parere contrario del nostro Paese.

Le identità sono molto importanti per una comunità ambiziosa. Gli uomini non sono in grado di capire ciò che è meglio per loro senza avere una identità con cui calcolare i costi e i benefici delle loro azioni e di quelle altrui. È sapendo chi siamo che possiamo sapere cosa vogliamo. I francesi avendo una forte identità politica hanno calcolato che è loro interesse liberarsi degli italiani in Libia. Bisogna pertanto sapere che proprio perché, come già detto, lo Stato francese è uno stato nel senso più alto e nobile del termine, continuerà a perseguire il suo obiettivo anche nel lungo periodo. Gli stati con una forte identità non mutano le strategie con il passare dei governi, ne consegue che in Libia l’Italia dovrà tenersi stretta la Turchia perché è l’unica forza in grado di bilanciare il potere della Francia. Ci auguriamo che questa nostra analisi e questo articolo nel suo insieme possa essere oggetto di riflessione innanzitutto per la classe politica italiana ma anche per chi avrà l’attenzione di leggerlo, vale a dire gli italiani.

                                               Alessandro Loreto,                                                                                                                           Ruben Giavitto

Elezioni USA e censura


La narrativa di Trump non mi è mai piaciuta.

Ma viviamo nell’epoca della siderale distanza tra narrativa e fatti. A fronte di un atteggiamento violento e forse discriminatorio, Trump è stato il primo presidente americano a non iniziare una guerra dal 1928, ha risolto la situazione siriana e aiutato quella koreana, ha messo in discussione le “reti di potere” antidemocratiche e attaccato l’economia truccata cinese mentre destabilizzava anche lo strapotere tedesco in Europa.

La narrativa non piaceva, ma diversi fatti si. E quei fatti davano fastidio a molti; quei molti si sono organizzati. Ho visto una censura senza precedenti nei suoi confronti: inaccettabile nel mondo libero.

Poi è arrivato il cambio di direzione di Biden. Anche lui si è detto allineato nella lotta alla Cina, cosa molto importante, e ha recuperato una narrativa vicina alla tradizione liberal americana. Bene.

Ma Biden sarebbe stato capace di fare il guastatore delle vecchie reti di potere tanto quanto Trump? O la sua elezione avrebbe rimesso l’America in una situazione di semi-rilevanza internazionale? Tramite l’elezione di Biden, il partito Democratico si sarebbe seduto per altri 10 anni, crogiolandosi in posizioni mediocri e poco dirompenti in un’epoca di grandi cambiamenti e pressioni esterne?

Mi sono convinto che, per ragioni strategiche, avrei preferito l’elezione di Trump nonostante, sui grandi temi, Biden si fosse più o meno allineato e la sua narrativa fosse di gran lunga più compatibile con i miei valori.

Poi le elezioni.

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Dip. Geopolitica e Difesa (GED) MR - Caminetti rooseveltiani: Africa, Jihad e Terrorismo. Le teste dell'Idra

Dip. Geopolitica e Difesa (GED) MR - Caminetti rooseveltiani: Africa, Jihad e Terrorismo. Le teste dell'Idra - GeD N.23 Con Roberto Hechich, Emilio Ciardiello, Alessandor Loreto e Ruben GiavittoJihad ce76b

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L'America nella nebbia? Nel 2001 i "trucchi" premiarono Bush

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Nel calcio, quando il campo da gioco è invaso dalla nebbia e la visibilità scende a zero, l'arbitro interrompe la partita: la cosa migliore sarebbe rigiocarla. L'ecltoplasma chiamato Joe Biden, l'anziano signore che in pubblico sbaciucchia le bambine e in privato manda avanti il figliolo a fare affari inconfessabili coi peggiori oligarchi cinesi e ucraini, sta forse per vincere le elezioni più nebbiose della storia americana? Nella regione industriale dei Grandi Laghi, dove Donald Trump aveva appena incassato una squillante vittoria sulla base delle schede votate da elettori in carne e ossa, la strana nebbia blu dei "democrat" alla Nancy Pelosi, quella secondo cui alla fine vincerà Biden, in un modo o nell'altro, sta facendo letteralmente sparire dalla vista il perimetro dello sport politico più importante del pianeta? Un gioco di prestigio, costruito con tonnellate di schede pre-stampate, sta davvero trasformando in un ricordo la lealtà costituzionale delle presidenziali statunitensi? Elezioni-evento, adrenalinicamente esasperate e decantate come specchio dell'innocenza sostanziale del maggior impero del pianeta, formidabile motore - negli ultimi cent'anni - di tutto quello che il mondo ha potuto assaggiare. Anche questo (insieme alla nostra sicurezza sanitaria) sta dunque per finire, nella nebbia della Rust Belt invasa da voti postali stampati in serie?

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La fine del mondo, per Servergnini: se Trump viene rieletto

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«Se Donald Trump viene rieletto, significa che l’America ha perso la sua speciale innocenza, quella che in tanti ammiravamo, e ha fatto la sua fortuna. Quella che sbuca nei discorsi di Barack Obama e nelle canzoni di Bruce Springsteen, ma era presente anche nell’intuizione di Ronald Reagan o nel decoro coraggioso di John McCain». Parole che Beppe Severgnini, giornalista famosissimo per acuminati bestseller come "Interismi", ovvero "Il piacere di essere neroazzurri", ha pubblicato il 1° novembre 2020 sul "Corriere della Sera", giornale di cui era vicedirettore un certo Federico Fubini, che lo scorso anno ha ammesso di aver nascosto la strage dei bambini in Grecia, provocata dall'austerity, per non compromettere il prestigio dell'Unione Europea. Dalla Luna, o dal pianeta remoto dal quale Severgnini scrive, la Terra è così semplicisticamente infantile da apparire bianca o nera, senza gradazioni cromatiche: i buoni di qua, i cattivi di là. O meglio, il cattivo è uno solo: l'Uomo Nero. Un mostro orribile, che «ha dimostrato la sua inadeguatezza - politica, economica, culturale, morale, psicologica - a ricoprire un ruolo tanto importante».

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