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Stampa & Omissis con Marco Ludovico: Rassegna Stampa del 20 novembre 2020

Cacciari - Gualtieri - Littizzetto: La riscossa della "sinistra" - Lo "statista" - La "selezione naturale" - Stampa & Omissis - Rassegna stampa del 20.11.2020SO20.11 574ad

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Se questo è un uomo

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I libri li divoro. Da sempre. Famelica, vorace, insaziabile.

Ho bisogno di sentire l’essere umano. Costantemente. Sulla pelle, dentro il sangue, nelle ossa.

Ho bisogno del suo percepire, di quel suo fremere, palpitare, sperimentare, è insopprimibile la forza che mi spinge ad andare oltre quella paura che lo distoglie da sé. Per vedere oltre cosa c’è, per scoprire cosa pulsa al di là, sotto i cumuli di un effimero che nasconde e offusca l'essere. Ma non è.

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Gioele Magaldi: pronto l'Ultimatum per Conte e dall'8 Dicembre la Milizia Rooseveltiana in campo

Magaldi: stop al lockdown infinito, ultimatum al governo Conte. Dall'8 dicembre, la Milizia Rooseveltiana violera' ovunque il coprifuoco e le altre folli restrizioni imposte

 

Il presidente del Movimento Roosevelt: ripristino della liberta' di circolazione e riapertura di ogni esercizio, indennizzi immediati alle attività colpite e piano strategico per risollevare l'Italia, cominciando dalla sanita'. Le azioni della Milizia Rooseveltiana saranno dirompenti, anche se nonviolente e sempre lealmente annunciate

 

«Adesso basta, non c'è più tempo: il Movimento Roosevelt presenterà al governo Conte un ultimatum, per chiedere di mettere fine al massacro sociale degli italiani». Il presidente, Gioele Magaldi, spiega che l'ultimatum - pronto nelle prossime ore - scadrà l'8 dicembre. «Se sarà disatteso, scenderà in campo la Milizia Rooseveltiana: violeremo il coprifuoco e tutte le assurde restrizioni imposte con la scusa del Covid, dando vita ad azioni eclatanti. Sempre lealmente annunciate a viso aperto, saranno destinate a svegliare chi ancora non ha capito quello che sta succedendo». Ovvero: «Col pretesto di una presunta pandemia si sta letteralmente devastando in modo irreversibile l'economia». Non solo: «Già si parla di un Natale "blindato": gli italiani devono capire che, vista la loro rassegnata obbedienza, c'è chi pensa di prolungare l'emergenza all'infinito».

 

Non a caso, aggiunge Magaldi, dopo che i medici hanno espresso perplessità sul vaccino anti-Covid, gli ambienti governativi già si affrettano a dire che il vaccino (fino a ieri presentato come panacea) potrebbe non bastare. «Ci rendiamo conto della gravità della situazione?», si domanda Magaldi. «Ormai credono di poter trasformare in "normalità" questa prassi aberrante: sospendere libertà e democrazia, alle prime avvisaglie di una qualsiasi epidemia. Ma così facendo si uccide l'umanità: si smettere di vivere, lavorare, andare a scuola, socializzare. Ebbene: glielo impediremo». Magaldi conta sulle performance dimostrative della Milizia Rooseveltiana: «Il suo nome richiama volutamente la milizia fascista, in modo provocatorio, proprio per evocare il fantasma della dittatura». Di fatto, la Milizia - agendo anche di notte, a partire da Roma - compirà «azioni clamorose, anche se nonviolente, destinate a svegliare le "pecore" che ancora tremano, indossando la mascherina».

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Stampa & Omissis con Alessandro Strino: Rassegna Stampa del 13 novembre 2020

Tra "niente è come sembra" e "così è se vi pare". Le notizie e le angolazioni che spesso sfuggono o vengono banalizzate dai media - Rassegna Stampa del 13.11.20. -  Stampa & OmissisSTAMPA OMISSIS1311 e6ceb

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Magaldi: non sarà il medioevo di Viganò a sconfiggere le tenebre

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Curioso, che chi demonizza la massoneria tout court e tifa per Donald Trump "non sappia" che lo stesso Trump è massone. Ancora più curioso è che a farlo sia un alto prelato, divenuto arcivescovo nell'era Wojtyla: «Un pontefice eletto grazie anche ai buoni uffici della massoneria più reazionaria, allora incarnata da personaggi come il potentissimo Zbigniew Brzezinski», anche lui di origine polacca (e tanto longevo da "fabbricare", trent'anni dopo, il mito del cavaliere buono nella persona del suo pupillo Barack Obama, tuttora in azione accanto a Kamala Harris e all'ologramma quasi-presidenziale di Joe Biden). E poi: come dimenticarle, le foto di Brzezinski in Afghanistan in compagnia di un altro dei suoi protetti, Osama Bin Laden, al tempo in cui il cosiddetto fondamentalismo islamico - di marca Cia, in realtà - "serviva" a supportare i mujaheddin (non ancora Talebani) contro l'invasione sovietica del paese asiatico che si incunea tra la Cina e "l'impero" russo? Fa sorridere, in fondo, anche un altro aspetto: il prelato apocalittico finito sui giornali criminalizza Joe Biden, che è formalmente cattolico, mentre il suo beniamino (Trump) è classificato tra gli evangelici, cioè i protestanti, contro cui il Vaticano scatenò le guerre di religione.

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Dip. Geopolitica e Difesa (GED) MR - GED In Pillole: Caucaso: la (non) fine di una guerra; Mediterraneo allargato e stiracchiato (da tutti); La nuova politica estera USA

Caucaso: la (non) fine di una guerra; Mediterraneo allargato e stiracchiato (da tutti); La nuova politica estera USA - GED IN PILLOLE - GED N.24Pillole1211 67754

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DPCM e Costituzione: un Vademecum a supporto dei cittadini

DPCM e Costituzione: un Vademecum a supporto dei cittadini

Un Vademecum volto a fornire una lettura costituzionalmente orientata delle norme  che dalla Costituzione non possono prescindere.
Grazie a questo lavoro dello staff del Sostegno Legale MR, ogni cittadino potrà far valere i propri diritti e le proprie libertà costituzionalmente sancite, di fronte a qualunque abuso di Potere o a "cattive" interpretazioni delle limitazioni, ed avere uno strumento per la buona convivenza civile.

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Trump e il risultato elettorale di Novembre: basteranno i suoi assi nella manica? - Di Nino Galloni, dalla Rivista "Economie Parallele"

TRUMP E IL RISULTATO ELETTORALE DI NOVEMBRE: BASTERANNO I SUOI ASSI NELLA MANICA? - di Nino Galloni

 
La rivista esce con un numero quadruplo  all’alba della attuale “chiusura” dovuta ai tamponi positivi, benchè i negativi abbiano sempre rappresentato dal 90 al 95% del totale: il numero precedente di Economie Parallele era quello di febbraio; adesso il problema consisteva nell’aspettare l’esito delle elezioni americane, oppure no. Dopo attenta riflessione abbiamo pensato di anticiparle, nonostante tutto, perché niente ci assicurava che la definizione dei conteggi dei voti fosse rapida e definitiva.

Eccoci, quindi, a di cercare di delineare gli scenari alternativi.

Primo scenario. Vince Trump.

In questi mesi e settimane i sondaggi sono tutti molto sfavorevoli a Trump, ma i sondaggisti “fanno politica” a favore dello sfidante Biden perché – nell’intellighentia Nordamericana, a tutti i livelli – prevalgono i benpensanti del political correct e dintorni: larve dei grandi Presidenti democratici, di cui, tra poco, si dirà (e sarà uno degli assi nella manica del Repubblicano).

Traduzione: la schiacciante maggioranza degli intellettuali americani è contro Trump.

Ma la popolazione vede in Trump quattro cose: 1) chi promise – e mantenne – agli operai ed ai sindacati che si sarebbe puntato, contro le logiche della globalizzazione, a ridurre le importazioni, ovvero far aumentare salari e occupazione; 2) chi si è fatto beffe del Coronavirus e del principale sostenitore dell’emergenza, il virologo Antony Fauci; 3) il depositario di valori tradizionali americani; 4) l’oppositore alla cinesizzazione del Pianeta.

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Gioele Magaldi: a prescindere dai possibili brogli, a perdere sarà il "partito cinese". E, intanto, si pensa già al futuro...

Magaldi: onore a Trump, l'America resterà nel solco della buona politica che ha tracciato. E il "partito cinese", quello del Covid, non potrà contare su Biden

 

Il presidente del Movimento Roosevelt: non e' escluso che il presidente uscente possa restare alla Casa Bianca, se le cause legali gli daranno ragione sugli eventuali brogli. In caso contrario, Biden sarà controllato da un direttorio bipartisan. E Trump - fortissimo, nei consensi - potrebbe giocarsela nel 2024 ripresentandosi con un partner impensabile: Robert Kennedy Jr.

 
«Chi aveva puntato su Donald Trump per fermare il "partito cinese", diretto da massoni neoaristocratici ostili alla democrazia e pronti a usare il Covid contro di noi, non ha affatto perso: prima ancora del voto, infatti, Joe Biden ha accettato di condividere la sua eventuale presidenza con un "comitato", informale ma determinante, deciso a proseguire la linea tracciata proprio da Trump, sia rispetto alla Cina che in materia di politica economica». Lo afferma ufficialmente Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt e autore del bestseller "Massoni" (Chiarelettere, 2014), che svela il ruolo fondamentale delle superlogge dietro le quinte dei governi. Magaldi è anche il frontman italiano del circuito massonico progressista sovranazionale che negli Usa ha sostenuto Trump, contro le pulsioni oligarchiche dell'establishment "dem", progressista solo in apparenza. All'indomani del voto, la situazione è ancora condizionata dall'incognita giudiziaria. Potrebbe restare alla Casa Bianca, Trump, se avessero successo i suoi ricorsi sui presunti brogli a favore di Biden? «Tutto è possibile, non escludo nessun colpo di scena», dice Magaldi. «Certo - aggiunge - si tratta di capire se i brogli sono tali e tanti da giustificare un ribaltamento, perché in alcuni Stati lo scarto a favore di Biden si è rivelato più significativo di quello che sembrava».

 

L'analisi del voto, aggiunge Magaldi, non ci restituisce certo «quello che i sondaggi farlocchi avevano proposto», cioè un distacco incolmabile tra Biden e Trump. «Al contrario, tutto si è giocato sul filo del rasoio: altro che "plebiscito contro Trump"». Riguardo alle contestazioni sulla regolarità del voto, «perfettamente lecite, da parte di Trump», per Magaldi «è ridicolo il racconto mediatico di molti, che hanno detto che non ci sarebbero le prove, degli eventuali brogli». Ai grandi media, Magaldi rivolge una domanda: «Ma scusate, se ci sono stati brogli lo decidete voi giornalisti, malamente informati o già pregiudizialmente ostili a Trump? Lo decideranno evidentemente dei giudici, a fronte di elementi probatori che saranno proposti dai legali di Trump. E il loro coordinatore, Rudolf Giuliani (che non è certo l'ultimo dei cretini) saprà certamente il fatto suo». Aggiunge Magaldi: «Trump ha incrementato moltissimo il suo consenso. E senza i voti postali, avrebbe vinto. Quindi è naturale lasciargli la possibilità di contestare che, in mezzo a quei voti, vi sia una parte significativa di schede truccate». Se dovesse sbilanciarsi in un pronostico, Magaldi propende comunque per Biden: «Credo che alla fine verrà confermato presidente degli Stati Uniti. Ma, vista la situazione, io consiglio a Trump di giocare fino in fondo la carta della verifica dei possibili brogli».


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Italia-Libia una storia che parte da lontano

Pur non essendo d'accordo con alcune conclusioni dell'articolo pubblico volentieri questo prezioso contibuto di Alessandro Loreto e Ruben Giavitto. A mio modo di vedere la Turchia di Erdogan è un pericolo fin troppo sottovalutato.

                                     Italia-Libia, una storia che parte da lontano

L’Italia è stata una dei più importanti tramite tra la Libia e gran parte della comunità internazionale fino al 2011, quando la NATO soprattutto per volontà della Francia provocò la caduta di Gheddafi. Da allora la Libia è cambiata in modo radicale rispetto agli ultimi decenni e l’Italia è venuta a perdere il ruolo preminente che aveva avuto per tanti anni. È perciò importante tracciare una mappa dei nuovi equilibri, e ciò per più ragioni che ora proveremo ad esporre.

La prima ragione è che gli italiani pensano alla Libia (come ad altri paesi del Nord-Africa) e al Mediterraneo in generale attraverso schemi superati. Questo ritardo percettivo in geopolitica è un problema; la mente infatti ha bisogno di tempo per adeguarsi alle nuove realtà. I cambiamenti nel mondo materiale sono rapidi e spesso improvvisi, mentre la mente è lenta e articolata e fatica a stare dietro ai mutamenti. Ciò è un problema sia tra i singoli essere umani che talvolta nelle valutazioni di una classe politica nazionale sull’altra. Facciamo un esempio. Si pensi al rapporto con la Turchia: molti italiani e tra loro una buona parte dei politici pensano che questa abbia interessi irrimediabilmente inconciliabili con quelli dell’Italia. Tutto ciò è una visione distorta, filtrare la realtà odierna attraverso l’Impero Ottomano è un esempio di quanto possa essere lento e goffo il processo di adeguamento della mente alla realtà. La Turchia di oggi non è quella della battaglia di Lepanto del 1571, e gli interessi sia della Turchia che dell’Italia e dell’Occidente non sono gli stessi nel 2020.

Un altro motivo per cui è urgente tracciare una nuova mappa degli equilibri, è che l’Italia ha perso posizioni di influenza geopolitica e deve recuperarle. Per riuscire in questa impresa il nostro paese dispone di risorse materiali e immateriali. Se l’Italia avesse una crescita importante potrebbe fare in Libia ciò che la Cina sta facendo in Etiopia: investire soldi e portare dalla sua parte la popolazione e le élites politiche. Ma l’Italia è in crisi economica e non può seguire questa strada, quindi le restano le risorse immateriali che sono le alleanze e le strategie. Per quel che riguarda le alleanze nonostante la lentezza diplomatica nell’adeguarsi alle nuove realtà, si sappia che l’Italia è alleata della Turchia. Non si tratta di una stretta di mano ma di un abbraccio, Erdogan è intervenuto per difendere il governo di Tripoli sostenuto dall’Italia, di cui ha anche difeso l’ambasciata dagli attacchi di Haftar. Senza l’intervento di Erdogan, quasi certamente il governo di Tripoli sarebbe caduto con danno gravissimo per i nostri interessi in Tripolitania e gravi pericoli per il nostro ambasciatore che rappresentando lo Stato è cosa vitale a livello politico-diplomatico.      La nuova realtà libica impone agli italiani di pensare alla Turchia come ad un alleato territoriale. Sarebbe saggio in questo caso applicare una buona dose di realpolitik.

Per accettare il cambiamento l’Italia dovrebbe imparare dai non sempre amati cugini francesi. Infatti la Francia (la sua diplomazia) che ha uno Stato nel senso più alto e nobile del termine, non ragiona in base al mondo di Lepanto, tant’è vero che al termine dell’avanzata di Haftar contro Tripoli, la Francia si è schierata con l’Egitto musulmano e non con l’Italia cristiana. L’Italia pregava la Francia di non stringere quell’alleanza, ma quest’ultima non ha avuto riguardi, perché lo Stato francese ha un’identità più forte di quella italiana, di conseguenza riesce a calcolare meglio i propri interessi. E come già detto all’inizio del nostro articolo non ha avuto riguardi verso la posizione e gli interessi italiani (suo storico alleato Nato) nell’intervenire e provocare la caduta di Gheddafi in Libia, pur avendo in linea di massima il parere contrario del nostro Paese.

Le identità sono molto importanti per una comunità ambiziosa. Gli uomini non sono in grado di capire ciò che è meglio per loro senza avere una identità con cui calcolare i costi e i benefici delle loro azioni e di quelle altrui. È sapendo chi siamo che possiamo sapere cosa vogliamo. I francesi avendo una forte identità politica hanno calcolato che è loro interesse liberarsi degli italiani in Libia. Bisogna pertanto sapere che proprio perché, come già detto, lo Stato francese è uno stato nel senso più alto e nobile del termine, continuerà a perseguire il suo obiettivo anche nel lungo periodo. Gli stati con una forte identità non mutano le strategie con il passare dei governi, ne consegue che in Libia l’Italia dovrà tenersi stretta la Turchia perché è l’unica forza in grado di bilanciare il potere della Francia. Ci auguriamo che questa nostra analisi e questo articolo nel suo insieme possa essere oggetto di riflessione innanzitutto per la classe politica italiana ma anche per chi avrà l’attenzione di leggerlo, vale a dire gli italiani.

                                               Alessandro Loreto,                                                                                                                           Ruben Giavitto

Elezioni USA e censura


La narrativa di Trump non mi è mai piaciuta.

Ma viviamo nell’epoca della siderale distanza tra narrativa e fatti. A fronte di un atteggiamento violento e forse discriminatorio, Trump è stato il primo presidente americano a non iniziare una guerra dal 1928, ha risolto la situazione siriana e aiutato quella koreana, ha messo in discussione le “reti di potere” antidemocratiche e attaccato l’economia truccata cinese mentre destabilizzava anche lo strapotere tedesco in Europa.

La narrativa non piaceva, ma diversi fatti si. E quei fatti davano fastidio a molti; quei molti si sono organizzati. Ho visto una censura senza precedenti nei suoi confronti: inaccettabile nel mondo libero.

Poi è arrivato il cambio di direzione di Biden. Anche lui si è detto allineato nella lotta alla Cina, cosa molto importante, e ha recuperato una narrativa vicina alla tradizione liberal americana. Bene.

Ma Biden sarebbe stato capace di fare il guastatore delle vecchie reti di potere tanto quanto Trump? O la sua elezione avrebbe rimesso l’America in una situazione di semi-rilevanza internazionale? Tramite l’elezione di Biden, il partito Democratico si sarebbe seduto per altri 10 anni, crogiolandosi in posizioni mediocri e poco dirompenti in un’epoca di grandi cambiamenti e pressioni esterne?

Mi sono convinto che, per ragioni strategiche, avrei preferito l’elezione di Trump nonostante, sui grandi temi, Biden si fosse più o meno allineato e la sua narrativa fosse di gran lunga più compatibile con i miei valori.

Poi le elezioni.

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