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Una delle grande sfide della politica è quella di dover dare risposte immediate ai bisogni dei cittadini, con strumenti che spesso impiegano anni ad avere un impatto sulla società.

Quando la politica si muove, ci vogliono spesso anni per vedere gli effetti delle decisioni prese e spesso è difficile ricondurre gli effetti che si vedono nella società alle loro vere cause (a questo proposito invito a leggere Freakonomics, Stephen J. Dubner and Steven Levitt) .

Come interpretare dunque i risultati delle elezioni in Germania?

Dopo le elezioni francesi, in cui i socialisti si sono dovuti accontentare del 9.5% dei voti, in Germania, la SPD ha ottenuto solo il 20.5% dei voti, perdendo 40 seggi.

Si legge oggi sui giornali come numerosi opinionisti comincino a sostenere che la socialdemocrazia sia morta. 

Si, è vero, la socialdemocrazia è morta; ma non è stata uccisa oggi, dal popolo, nelle urne, bensì si è suicidata- e quello che vediamo oggi ne è il risultato.
La socialdemocrazia si è suicidata quando ha rinunciato a proporre un proprio modello politico, economico e sociale; quando ha deciso di distruggere le conquiste sociali del ‘900 tramite il “riformismo”; quando ha deciso di accettare tout court il paradigma economico-culturale del neoliberismo.

La socialdemocrazia ha cessato di esistere quando ha abbracciato la terza via di Giddens che, pur dichiarando di voler combattere le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, ha di fatto accettato che fosse il mercato a governare il mondo - non certo il popolo sovrano, tramite politica ed economia.

La socialdemocrazia è morta quando ha rinunciato ad occuparsi delle condizioni di vita materiale - delle condizioni economiche - dei cittadini per concentrarsi solo sui diritti sociali, lasciando il campo libero, nel momento storico giusto, alla devastazione dello stato sociale ed alla conseguente messa in discussione dello stato di diritto.

Ebbene, il risultato del voto di Francia e Germania non è l’uccisione della socialdemocrazia, bensì il segno che finalmente il popolo si è accorto che la socialdemocrazia di Blair, Hollande, Schulz, D’Alema, Renzi, Bersani, e molti altri, in tutto il mondo, semplicemente non ha nulla di alternativo al neoliberismo ed alla dittatura del mercato e del consumismo ideologico.

Il popolo ha bisogno di politiche alternative a quelle che mettono il profitto davanti all’Uomo e che riducono la politica ad uno strumento per far quadrare operazioni finanziarie e di mercato. Purtroppo, non trovando una proposta politica che, riconoscendo la libertà di fare profitto, sappia anche proteggere i diritti della popolazione, le persone sono ricorse ad estremismi e populismi che da una parte propongono politiche liberticide e, dall’altra, mancano di proposte politiche realmente alternative e  incisive (il populismo stesso è frutto, nasce e si sviluppa nel neoliberismo).

Per il mondo finanziario - per coloro che tramite gli affari, l’economia e la finanza, controllano il mondo - tutto questo è perfetto: da una parte la vecchia, sedicente sinistra insieme alla vecchia destra sono funzionali al progetto neoliberista, ed alle dinamiche di mercato, dall’altra, le alternative autartiche e quelle populiste sono assolutamente incapaci di proporre un’alternativa a questo sistema.

Bisogna invece creare, urgentemente, una proposta politica che mettendo l’Uomo davanti al capitale, e garantendo giustizia sociale, consenta all’Uomo, comunque, di perseguire i propri interessi e le proprie finalità- all’interno di un contesto democratico il cui il popolo sia sovrano ed in cui questo sia rappresentato, direttamente ed indirettamente, nelle istituzioni (con la nascita del PDP si proporrà una grande rivoluzione politico-istituzionale).

Concludo questo pensiero, messo insieme su un tablet, in un vagone della metro che mi porterà al lavoro, facendo anche riferimento a come si cerca di collegare il risultato di queste elezioni alle sorti dell’europeismo.

Dopo le elezioni francesi si diceva che l’europeismo, con l’elezione di Macron, stava tornando ad avere il vento in poppa. Oggi si dice, invece, che l’europeismo è di nuovo in pericolo.

Non è l’europeismo ad essere in pericolo, bensì la politica che non propone alternative alla distruzione di stato sociale e stato diritto; è in pericolo quel finto europeismo che, invece di puntare ad estendere e garantire le conquiste sociali degli stati nazionali europei del ‘900, sta cercando di distruggerle. 

Infatti, l’europeismo, per i veri europeisti - non per Schoëble, Verhofstadt e la sciagurata leadership che sta distruggendo il sogno europeo ed i principi fondanti dell’Unione Europea - é un mezzo, non un fine. L’Europa è per noi un mezzo per preservare e rendere competitivi, a livello globale, democrazia, sovranità popolare, stato sociale e stato diritto.

Invece di usare l’Unione Europea come grimaldello per la distruzione dei diritti, creiamo una costituzione europea che li tuteli, e l’europeismo avrà un sapore del tutto diverso.

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