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Luciano Vattilana 90a47
«Ho cinque figli, sono appena uscito da una grave malattia, e – come migliaia di altri cittadini – non so come far fronte alla situazione che mi si presenta». Luciano Vattilana, 54 anni, funzionario della Città Metropolitana di Roma Capitale, è stato condannato in primo grado a dover pagare 150.000 euro per il vecchio alloggio in edilizia agevolata, acquistato e poi rivenduto a prezzo di mercato. Secondo la Cassazione, invece, tutti quegli alloggi – 210.000 solo a Roma – andavano rivenduti al prezzo iniziale, calmierato. Peccato che venditori e compratori non lo sapessero: confortati dai notai hanno sempre contrattato gli immobili a prezzo libero, cosa di cui lo stesso Comune era perfettamente al corrente. Risultato: nella sola capitale, almeno 400.000 persone sono costrette a fronteggiare un'emergenza finanziaria catastrofica, in grado di gettare le famiglie sul lastrico. Non c'è speranza di prescrizione, e la sentenza della Cassazione è formalmente inattaccabile. Vie d'uscita? Una sola: l'intervento (urgentissimo) del governo, prima che scatti la valanga dei pignoramenti, dato che molti cittadini – lasciati soli – tentano di rivalersi sui vecchi proprietari, chiedendo loro, in tribunale, la differenza tra la somma sborsata e il prezzo nominale iniziale. «Il Movimento Roosevelt è vicino alle famiglie colpite – annuncia il vicepresidente, Marco Moiso – e solleciterà il ministro Toninelli: serve una normativa aggiornata, che chiarisca l'equivoco e chiuda il caso sul nascere, prima che diventi una tragedia sociale».

È lo stesso Moiso a parlarne con Vattilana, in web-streaming su YouTube. «Mi chiedono di versare 130.000 euro alla persona a cui vendetti il mio vecchio alloggio di edilizia agevolata, che nel 1992 a mia volta avevo pagato l'equivalente di 75.000 euro», racconta il consulente. Al netto delle spese legali e processuali (altri 20.000 euro), Vattilana dovrebbe versare la differenza fra la somma intascata e il costo nominale dell'immobile, secondo la convenzione edilizia iniziale, che oggi è pari a 52.000 euro. Cos'è successo? Nel 2015 la Corte di Cassazione ha sostanzialmente stabilito nuove regole, retroattive, per la compravendita di quegli alloggi. Si tratta di case popolari acquistate con diritto di superficie: il Comune resta proprietario del terreno e l'acquirente diventa titolare dell'alloggio per 99 anni, rinnovabili per altri 99. Il vincolo: la prima vendita doveva avvenire a prezzo concordato, calmierato. Dalla seconda compravendita in poi, però, valeva il prezzo di mercato – come comprovato dagli stessi notai. Così gli alloggi sono stati regolarmente comprati e rivenduti, a prezzo libero. Solo a Roma si parla di oltre 200.000 alloggi, cioè quasi mezzo milione di persone coinvolte. A cui adesso la Cassazione, di fatto reinterpretando la legge, dice che quegli alloggi dovevano essere venduti solo a prezzo calmierato.

Di conseguenza: tutti scoprono di dovere qualcosa a qualcuno. «E' una situazione pazzesca, estremamente ingiusta – protesta Vattilana – perché ognuno di noi ha sempre agito in buona fede. Se ne può uscire solo in un modo: con un decreto legge urgente, che blocchi i pignoramenti in corso e le cause legali a catena che sono scattate». Nel suo caso particolare, dovrebbe sborsare 150.000 euro. «Potrei sempre fare causa a mia volta alla persona da cui acquistai l'immobile a prezzo di mercato, ma mi rifiuto di farlo: sono sicuro che anche lui ha agito con la certezza di essere nel giusto, vendendomi l'alloggio a prezzo di mercato». Per Luciano Vattilana, la situazione è drammatica: «Una richiesta del genere sta sottoponendo le famiglie a uno stress fuori dal normale. Io ho 54 anni e 5 figli, e so che 150.000 euro non ce li avrò mai: dovranno pignorarmi la casa dove vivo attualmente». Vattilana fa parte del “Comitato 18135”, che riporta «il numero scandaloso» di quella sentenza della Cassazione. «Ho visto persone più anziane di me piangere, con accanto famiglie intere, madri disperate. Ogni ora, ricevo anche 150 sms da persone che stanno ricevendo adesso le prime citazioni».

Luciano Vattilana è stato già condannato, in primo grado, al risarcimento. «Questa sentenza la trovo ingiustissima – dice – innanzitutto perché retroattiva». Poi: tutte le controparti sapevano quali fosse la prassi. «Per 28 anni – aggiunge – ho avuto uno studio di assistenza amministrativa, per le compravendite, e quindi so benissimo che tutti venivano istruiti». Chiunque, tra l'altro, sapeva che il Comune, a un certo punto, avrebbe potuto “affrancare” gli alloggi dal vincolo iniziale e quindi anche «vendere la quota millesimale del terreno insistente sotto il fabbricato». Una volta nei guai con la giustizia, Luciano Vattilana ha anche rinunciato a fare causa agli stessi notai, convinto che agissero nel rispetto della legge. «Né mi sono sentito di chiamare in causa famiglie, a cui richiedere somme del genere. Altri invece possono rivalersi su di me, pretendendo la differenza tra il prezzo convenzionale e quello di mercato. E se poi procedono con l'affrancamento dell'immobile (legittimamente permesso) possono guadagnare ulteriormente se aumenta ancora il prezzo di mercato».

Secondo Vattilana, purtroppo, c'è un clima speculativo, «un ambiente inquinato». E i venditori (ex proprietari) non hanno neppure la possibilità di “affrancarsi”, visto che all'epoca l'affrancamento non era ancora possibile. «Si sarebbe potuto risolvere il problema così: affranco io, mi carico i costi e l'acquirente si ritrova il prezzo libero». Non è successo. «Ho avuto l'impressione che con questa sentenza si sia voluto buttare un pezzo di carne profumata dentro un ring pieno di persone che non mangiano da venti giorni, ed è cominciata – di fronte a uno spettatore che è lo Stato – una carneficina, per conquistare questo pezzo di carne». Sempre secondo Vattilana «ci si sono buttati, ahimè, alcuni avvocati e alcune associazioni. Nelle buche delle lettere abbiamo trovato annunci del tipo: “Vuoi tornare proprietario della quasi totalità del prezzo d'acquisto della casa? Ci pensiamo noi”. Cioè: noi venditori oggi passiamo per truffatori, e loro – garantendo l'assenza totale di spese legali – poi intascheranno un 50% dell'importo». Protesta, Luciano: «Truffatori noi?! No, perché a nostra volta abbiamo comprato a prezzo di mercato. Non c'è stata nessuna speculazione».

Purtroppo, aggiunge Luciano Vattilana, «il magistrato che ha giudicato me ha dichiarato che lui non emette “sentenze sociali”». Questione di diritti, e di diritto: «Io credo che, quando si ravvisa una cosa del genere, il giudice deve comunque applicare la legge. Ma se c'è un vulnus, un “buco” – come nel nostro caso – bisognerebbe agire come la Corte Costituzionale nel caso Welby e nel caso Dj Fabo: la Corte ha rimandato alle Camere una questione socialmente delicata». Se invece il giudice «si allinea e si “spalma” sulla sentenza 18135 della Corte di Cassazione, possiamo dire che in Italia esiste un solo grado di giudizio, che è quello della Cassazione». Un solo giudice, Perinelli, in appello ha sospeso la sentenza. «Tanto di cappello a un magistrato che si è permesso di fare una cosa del genere. Spero abbia capito la buona fede di noi venditori». Ma la situazione, ripete Vattilana, è assolutamente ingiusta. «E la sentenza della Cassazione è cucita talmente bene che non potrà essere “smontata” in nessun modo. Solo un intervento legislativo, velocissimo, può fermare le cose».

Prima di ricevere la citazione, Luciano Vattilana aveva tentato una transazione amichevole con l'acquirente. «Ho detto: faccio io, vedo quello che posso fare. Si trattava di 20-25.000 euro. Una volta citato in causa, ho pensato: questa cosa è diventata troppo grande, per me, che sono anche appena uscito da una patologia importante. Al che ho detto: voglio chiudere, accendo un muto, offro 50.000 euro. Risposta: 80.000 euro da versare subito, cioè “in tre comode rate” da pagare in pochi mesi». Unica ipotetica alternativa: 22.000 euro, da versare nei 100 giorni che passeranno dalla prima udienza dell'appello (in cui si possono sospendere gli effetti della sentenza di primo grado). In altre parole: la possibilità di sborsare 22.000 euro per evitare che i conti bancari vengano bloccati e l'attuale casa sia pignorata. «Forse – dice oggi Vattilana – noi acquirenti e venditori avremmo dovuto evitare di costituirci in troppe associazioni. Bastava un unico comitato, per stabilire che forse chi ha mancato è lo Stato – è lui, tutto sommato, ad aver “cambiato idea”. Credo che una piccola responsabilità ce l'abbiano anche i Comuni: noi, all'epoca, non avevamo ancora la possibilità dell'affrancamento».

Il dottor Vattilana insiste sull'impatto sociale del dramma: «Mi dispiace che si colpisca ancora una volta la famiglia. Il problema va risolto a livello legislativo, perché altrimenti potrebbe scoppiare davvero una bomba sociale. Io, per esempio, se non riuscirò a pagare questi 150.000 euro, non sarò più in grado di mandare avanti la mia famiglia, che è numerosa». Come uscirne? «Credo che serva un decreto legge. So che il ministro Toninelli si sta adoperando per inquadrare il problema». Poi ci sono i notai: «Credo che si possa ottenere un buon risultato coinvolgendo in modo positivo il notariato, stabilendo costi per stipulare la nuova convenzione di sblocco del prezzo, l'affrancazione a prezzi calmierati. Sarebbe anche un modo per i Comuni di risanare le proprie casse. Io vedo soltanto vantaggi, per tutti». L'obiettivo? «Evitare di estorcere – perché secondo me di estorsione si tratta – una somma così elevata e spropositata, messa in palio dallo Stato». Servirebbe una spinta legislativa, insiste Vattilana, «perché questa cosa è veramente fuori dal mondo». Francamente, «sono troppe le cose che non vanno: la motivazione che “salva” i notai come tecnici non salva noi come venditori, perché la legge – per noi – non ammette ignoranza». Un ruolo importante è anche quello giocato dall'Avvocatura: «Spero che anche l'Ordine degli Avvocati possa dare un limite ai legali, perché “giocare” così credo sia veramente scorretto».

Quello che fa letteralmente impazzire Luciano Vattilana, e gli altri cittadini rappresentati dal Comitato 18135, è l'enorme ingiustizia di cui si ritengono vittime: «Ci viene imputato l'indebito arricchimento. Ma mi sembra una follia, visto che da parte nostra non c'è mai stata alcuna speculazione, come gli stessi notai possono confermare». Beninteso: «Non vogliamo riscatti o rivalse su altre persone, ci interessa solo la tranquillità». Invece, ognuno è lasciato solo: «Se non riesce a sopportare un giudizio legale può sempre tentare una transazione, se ne ha la possibilità economica, ma certo non si può continuare così all'infinito». Pensando al suo caso, Luciano Vattilana ribadisce: «A 54 anni non è facile ottenere un altro mutuo: diventa tutto molto difficile». E se la Cassazione oggi ritiene sia stata mal interpretata una vecchia legge – la norma sul prezzo di vendita dopo il secondo acquisto di quegli alloggi – non resta che la politica, per rimediare, promulgando una nuova legge che metta fine all'incubo. In altre parole: ministro Toninelli, batta un colpo. Ma in fretta, per favore, prima che centinaia di migliaia di persone finiscano – senza colpa – in un mare di guai.

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