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croce 805cdParlare di Liberalismo, oggi, non è semplice. Nel Calderone Mainstream si tende quasi sempre ad amalgamare in un tutt’uno con l’ ideologia Liberista, ma come vedremo sono due tradizioni ben diverse.

La tendenza generale, nella scadente offerta politica globale è, spesso, quella di liquidare il termine Liberalismo, facendo riferimento – a seconda dei casi – a quei partiti che non fanno parte né della tradizione comunista o socialdemocratica, né di quella nazionalista e della destra sociale (o fascista), né appartengono all’area cristiano democratica, presente in molti stati europei.  Insomma,  l’idea comune è quella di un partito che sostiene determinate libertà (economiche, sociali, ecc), rivendica determinati diritti (civili, ecc), si basa sulla non ingerenza dello Stato in certi affari personali dell’individuo e, alle elezioni, si presenta con la coalizione di centro-sinistra o centro-destra, a seconda dell’opportunità del momento. I simpatizzanti di formazione marxista/leninista, riprendendo il loro bagaglio filosofico, affermano che il liberalismo rappresenta la giustificazione ideologica di quella classe (borghesia) considerata dominante nel sistema economico-sociale nel quale viviamo (capitalismo), foriero di tante ingiustizie. Dominante, poiché esercita il suo potere politico e sociale tramite il potere economico, mantenendo il controllo dei mezzi di produzione e di distribuzione.

Il liberismo, invece, viene comunemente considerato come l’applicazione in ambito economico del liberalismo. Protagonista di questa corrente di pensiero è il mercato, fondato sul libero scambio di merci e servizi, il quale – tramite la legge della domanda e dell’offerta, che alimenta l’azione della “mano invisibile” (di smithiana memoria) – sarebbe in grado di allocare tutte le risorse nella maniera più efficiente possibile. Il ruolo dello Stato, secondo questa logica, verrebbe ridimensionato a pochissimi settori – come, ad esempio, la sicurezza e l’ordine pubblico – e relegato a mero garante della libertà degli attori di agire nel mercato, tramite la riduzione dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica, e deregolamentando l’attività economica nel suo complesso.

La crisi economica in atto dal 2008 è diretta discendente della tendenza – inaugurata negli anni 70 del ‘900 e con accelerazioni vertiginose (nonché drammatiche) nel corso degli ultimi decenni – a conferire sempre più potere al mercato e sempre meno allo Stato e alla politica. Questa dinamica ha contribuito ad accentuare le critiche contro il liberismo in sé e per sé, e contro il liberalismo di conseguenza, finendo per associarli ad idee intrinsecamente negative.

Tuttavia, nel dibattito pubblico si tendono a dimenticare le radici di queste due dottrine, quale sia il contesto che le ha prodotte e quale lo sviluppo nel corso dei decenni. Ci si dimentica, ad esempio, del tipo di società esistente all’epoca in cui i primi Stati liberali cominciarono ad affacciarsi sulla scena internazionale. Ci si dimentica del contesto storico-politico. Ci si dimentica del tipo di economia e perfino degli aspetti giuridici e antropologici che caratterizzavano quell’età.

Bisognerebbe, insomma, andare alla radice della questione, tenendo ben presente tutti i livelli di ragionamento citati - intrinsecamente collegati fra loro - anche se un’analisi del genere non potrà mai essere esaustiva nello spazio di un articolo.

Dunque, cominciamo con l’affermare che il liberalismo è l'ideologia con la quale siamo approdati alla Modernità. Una delle prime cose che distinguono la Modernità dalle epoche precedenti è il riconoscimento che tutti gli uomini sono latori di diritti naturali e inalienabili. Questa concezione è figlia della scuola filosofica del Diritto Naturale Laico, più comunemente detta Giusnaturalismo moderno, e degli ideali di quella grande corrente culturale che ha “sconvolto” l’umanità, l'Illuminismo, definita da Kant come “l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro”.

Date queste premesse, possiamo affermare che il liberalismo rappresenti la “metaideologia” della Modernità, in quanto definisce le basi dell’Età Moderna e Contemporanea, a livello non soltanto politico, ma anche e soprattutto filosofico: al liberalismo, infatti dal punto di vista storico ed ideologico, bisogna contrapporre in primo luogo tutte quelle impostazioni di pensiero che caratterizzavano il sistema medievale. La grande “scoperta” della Modernità è la libertà e la centralità dell’uomo: il liberalismo ne rappresenta la sua filosofia.

Noi viviamo, infatti, in un’epoca in cui la liberta' viene garantita (al netto di tanti rilievi che potremmo fare rispetto a questa affermazione, ma che esulano dal discorso) e possiamo, dunque, parlare liberamente, discutere, associarci, avere un credo e manifestarlo: in altre epoche tutto ciò non era consentito. A tal proposito, l’humus filosofico dal quale il liberalismo muove i suoi passi, è – come accennavamo – il Giusnaturalismo, nella sua accezione moderna. Il nome stesso di questo filone teoretico deriva dalle due parole latine “jus” (diritto) e “naturale”: il riferimento è a quel tipo di norme universalmente valide e immutabili, preesistenti a qualsiasi forma di diritto positivo, cioè prodotto dell’azione umana. Ogni essere umano, dunque, è latore di diritti naturali, per il solo fatto di appartenere alla famiglia umana. E questo, secondo Ugo Grozio, l’iniziatore del Giusnaturalismo, “sussisterebbe in qualche modo ugualmente anche se ammettessimo – cosa che non può farsi senza empietà gravissima – che Dio non esistesse o che Egli non si occupasse dell'umanità”. Questo importantissimo passo è preso dai Prolegomena al suo De iure belli ac pacis, e stabilisce anche la differenza tra diritto naturale e diritto divino, dando vita a quel processo di secolarizzazione che, nell’ambito della dottrina liberale, si collega intimamente al concetto di laicità e, allo stesso tempo, al principio illuministico della tolleranza religiosa.
Come sappiamo, prima dell’avvento dell’Età Moderna, la situazione era totalmente diversa. L’ordine sociale era quello medievale, basato sul feudalesimo, di ascendenza divina e dalla forma piramidale, al vertice del quale vi era il Sovrano, con il suo diritto divino di governare. Vi era poi il Clero, una sorta di “aristocrazia religiosa”, al cui vertice era posto il Papa – il quale conservava l’autorità temporale, oltre che quella spirituale (cosa peraltro ancora oggi presente, anche se non negli stessi termini di allora) – con i suoi particolari privilegi di classe, come ad esempio: non era quasi per nulla sottoposto a tassazione, immunità dei membri e dei luoghi di culto, rendite provenienti dai possedimenti della Chiesa. Era un ceto sociale che esercitava molta influenza nel decidere cosa era consentito conoscere e in che termini, avversando i progressi scientifici – ritenuti frutto di influenze diaboliche –  e praticando oscurantismo. Vi era poi l’Aristocrazia, la Nobiltà, anch’essa organizzata gerarchicamente, il cui potere era fondato quasi esclusivamente sul possesso della terra (feudo). Tra i vari privilegi di questo ceto, possiamo citare il fatto che i suoi membri vivevano di rendita, non lavoravano, non pagavano tasse e, anzi, potevano esigerle dai loro sottoposti. In caso di reato potevano essere giudicati da un “tribunale” di soli nobili e, come nel caso dei Sovrani, la discendenza era per linea di sangue.
L’ultima classe, che poi rappresentava la stragrande maggioranza della popolazione, era composta dal Popolo: un ceto molto stratificato, che andava dall’alta borghesia, ai ricchi banchieri, a grandi proprietari terrieri, commercianti, per continuare con ingegneri, medici, avvocati e professionisti vari, e finire con artigiani, operai, contadini ed altri lavori più o meno umili. Addirittura, fino alla Rivoluzione Francese, vi erano anche i servi della gleba, uno status molto vicino a quello della schiavitù.
Il Popolo doveva sostenere l’intero onere delle tasse e, nonostante la numerosità dei suoi componenti, il suo peso specifico era nettamente minore rispetto agli altri ceti, motivo per il quale, l’impatto sui processi decisionali era decisamente ridotto, quasi nullo. Il Popolo, in pratica, non aveva voce in capitolo sulle questioni pubbliche.

Caratteristica molto importante di quest’ordine sociale era che ogni ceto aveva il suo status giuridico, non vi erano norme erga omnes, e vi erano – come accennato – molti privilegi in favore della nobiltà e del clero.

Inoltre, dal punto di vista prettamente sociologico, e possiamo aggiungere anche antropologico, ad ogni ceto sociale era associato il suo status, detto “di ascrizione”, in quanto posseduto per nascita e quindi legato a caratteristiche indipendenti dalla volontà o dalle azioni dell’individuo: non vi era, perciò, possibilità di ascesa sociale, il merito non veniva premiato e non veniva premiata nemmeno la capacità dell’individuo di produrre ricchezza.

Il liberalismo, in un contesto del genere, ha un impatto traumatico, poiché rappresenta in pratica l’ideologia che prima distrugge totalmente e poi ricostruisce – passando per eventi rivoluzionari – l’ordine sociale precedente. 

Tra i padri del pensiero Liberale dobbiamo citare Locke, Montesquieu, Voltaire, Mill fino ad arrivare a Benedetto Croce e Luigi Enaudi. 

Il filosofo ed economista inglese John Stuart Mill, approfondì la distinzione tra le due dottrine e considerò le proprie posizioni liberiste non il frutto di una posizione di principio ma della convinzione pragmatica che quel sistema economico fosse più efficiente e produttivo. Se tuttavia, per cause di forza maggiore, nell'interesse della tenuta sociale, lo Stato avrebbe avuto ogni diritto di intervenire nell'economia. Il punto di vista di Mill fu condiviso ed ampliato da John Maynard Keynes, il quale critico il Liberismo sfrenato, considerandolo un'eredità di tempi passati ma continuò a definirsi liberale, e da filosofi come Benedetto Croce.  

Fu proprio Benedetto Croce, a rincare le dosi, scrivendo che la differenza tra un liberista ed un liberale, seppur quasi impercettibile ai più è profonda: “Il liberismo è un concetto inferiore e subordinato a quello di liberalismo. E in Italia si può essere liberali senza essere liberisti”.

In realtà già da prima furono  i francesi, che comiciarono ad interrogarsi fra la differenza tra libéralisme politique e libéralisme économique coniando il più famoso termine in questione “Lassez faire”. Mentre lo spagnolo di liberalismo social e liberalismo económico. In lingua inglese si parla di free trade (libero commercio) ma usa il termine liberalism anche per riferirsi al liberismo economico. In Italia, Patria di grandi avanguardie e pensatori, si conia il termine Neoliberismo. Ovvero l’ evoluzione ( o involuzione a secondo dei casi) del Liberismo, partendo dal Neo-liberalism  che indicava una dottrina iper-liberista partorita dagli anni 80 a seguito di stravolgimenti geopolitici quali i due shok petroliferi degli anni 70, l’ ascesa di Pinochet in Cile (e il suo anomalo Regime dittatoriale ma fedele al lberismo economico)e soprattutto l’avvento  di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. I quali diedero il via ad una serie di macro-riforme iper-liberiste che porteranno all’ attuale mondo globalizzato (liberalizzazione dei Movimenti di capitale, deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni di asset pubblici, liberalizzazioni dei mercati del lavoro, libera circolazione del commercio e persone) Seguendo principalmente le ideologie di Milton Friedman e Von Hayek.

Esiste anche una nuova definizione, il Libertarismo in senso classico sfocia in anarco-capitalismo e anarco-individualismo. Tutto ciò a seguito delle Liberalizzazioni Totali nell’ economia globalizzata, e quindi all’ esplosione di un economia di tipo finanziaria speculativa. Il principale teorico di tale movimento è M.N. Rothbard col suo manifesto  “For a new liberty. The libertarian”. Tali teorie tipicamente statunitensi tendono ad esaltare il ruolo dell’individuo e la sua libertà d’azione all’interno della società capitalistica e spinge il dominio del mercato a tutte le funzioni tradizionalmente attribuite allo Stato, comprese la giustizia, l’ordine pubblico e la difesa, (negli USA persino i penitanziari vengono privatizzati) . La fiducia nel sistema capitalistico diventa assoluta  e i diritti individuali  fondati per natura.      

Rosario Picolla  Domenico Pesce








Commenti   
0 # RE: Differenza fra Liberismo e Liberalismo (parte prima)Luigi Corvaglia 2 2017-11-13 11:26
Ottimo lavoro. Permettetemi comunque di eccepire sulla riproposizione del semplificante luogo comune secondo il quale

"La crisi economica in atto dal 2008 è diretta discendente della tendenza (...) a conferire sempre più potere al mercato e sempre meno allo Stato e alla politica."

La realtà è che ciò che passa con l'abusata espressione di "liberismo selvaggio" è, in realtà, il liberismo addomesticato. In altri termini, un sistema in cui le leggi del laissez faire valgono quando sono utili ai potentati, ma smettono di esser valide quando ciò non conviene (vedi salvataggi pubblici di banche e note aziende decotte). In Italia, per esempio, la stessa Confindustria, il mausoleo del capitalismo nazionale, è di fatto governata dalle partecipazioni statali. Va quindi chiarito che si, è vero, il problema è il "neo-liberismo", ma che questa etichetta descrive la reciproca innervazione di capitale e stato. Un mercato realmente libero non produrrebbe simili guasti (mi permetto di rimandare al mio "la mano invisibile e la mano armata",https://tarantula468.wordpress.com/2016/04 /05/la-mano-invisibile-e-la-mano-armata/) .
Detto ciò, questo non significa che il fine del nostro agire non debba essere il diminuire delle sperequazioni e dello sfruttamento. Ritengo, anzi, con Proudhon, Tucker e Merlino - tutti autori che si definivano "socialisti" - che il liberalismo non sia il contrario del socialismo, bensì suo superamento (rimando a "Metafisica ed economia" tarantula468.wordpress.com/.../... e "Il senso degli eschimesi per la neve" tarantula468.wordpress.com/.../...).
Attenzione, però, a non confondere questo discorso con un endorsement all'anarcocapitalismo di Murray Rothbard, in Italia canonizzato solo da alcuni "padanisti" in cerca di nobili richiami. Questo afferma di

1. derivare da una "scuola austriaca" che a sua volta deriva da una lettura acritica di Mises, arrivando a conclusioni che della scuola austriaca stessa non hanno più molto a che vedere.

2. richiamarsi all'anarchismo americano di stampo liberale e a Proudhon. In realtà, difficilmente Thoureau controfirmerebbe i loro deliri, mentre Proudhon, di cui gli ana-cap leggono solo la Quarta memoria sulla proprietà, proponeva un “autogoverno dei produttori” che è un socialismo pluralista decentralizzato, cioè un sistema di equilibri in cui ognuno ottiene gli stessi vantaggi in compenso degli stessi servigi. Un sistema essenzialmente “egualitario” e “liberale”. In una parola, socialista.

Ecco, se veramente vogliamo vedere le differenze fra liberalismo e liberismo dobbiamo guardare ai rothbardiani ortodossi, quelli che sono riusciti a coniugare quanto più esiste di illiberale (secessionismo para-leghista, mixofobia, urbanistica securitaria privata, rivolta fiscale e integralismo cattolico) con quanto più esiste di liberale. Il neo-liberismo da cui guardarsi è questo.
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