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Un nuovo lucido e puntuale intervento congiunto di Emilio Ciardiello, Ruben Giavitto e Alessandro Loreto sull'Africa, la penetrazione cinese e l'Occidente che completa gli interventi precedenti ed è prologo dei successivi che riguarderanno le prospettive di integrazione economica del continente.



CINAFRICA
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Riprendendo le analisi illustrate nei precedenti articoli, dobbiamo tener presente che la penetrazione cinese nei singoli stati africani rientra nel più grande e immenso progetto transcontinentale e transoceanico che è la Nuova Via della Seta, meglio conosciuta come "Belt and Road Initiative" (BRI). La penetrazione cinese segue l’epoca del colonialismo occidentale che ha prodotto la dominazione e lo sfruttamento del suolo africano e una certa occidentalizzazione del tipo di strutture statali e anche di parte del panorama culturale. Naturalmente, essendo calate in epoche storiche differenti, la penetrazione cinese è profondamente differente da quelle passate, è più simile a quella fatta dagli USA, dal dopoguerra, cioè nel senso più marcato di egemonia economica. Il gigante asiatico, a seconda delle circostanze, ha preso determinati schemi dal vecchio colonialismo occidentale e li ha rielaborati in versione propria per poi applicarli in ambito politico-economico-commerciale. Si ricorda che la Cina va ormai considerata un attore geopolitico mondiale con cui bisogna e bisognerà sempre più fare i conti e che della globalizzazione, per innumerevoli motivi talvolta anche in contrasto fra loro, ne ha tratto i maggiori benefici.

Come già indicato nei precedenti articoli la presenza cinese in Africa ha origine durante la guerra fredda, ma è a partire dagli anni novanta e dall’avvio della globalizzazione che il continente africano viene visto in misura crescente come strategico per lo sviluppo dell’erede del Celeste Impero. All’inizio la cooperazione cinese con i paesi africani prendeva la forma di una cooperazione sud-sud, ossia tra paesi in via di sviluppo, ma velocemente, di pari passo con l’affermarsi della Cina come potenza economica, la cooperazione assunse connotati diversi. Il primo Forum Cino-africano risale al 2000 e da allora si ripete con cadenza triennale e rappresenta un momento di sintesi dei risultati raggiunti e di programmazione delle iniziative di cooperazione da attuarsi.

Sin da subito la precondizione per accedere alla cooperazione cinese è stata di porre gli stati africani difronte alla scelta di una sola Cina. Gli stati legati con rapporti commerciali a Taiwan, vicino agli USA, non avevano accesso a nessuna possibilità di collaborazione con Pechino. Nel giro di pochi anni la posizione di Taiwan in Africa si è deteriorata sino a scomparire. Questo elemento è da non sottovalutare, in quanto ci dice molto sulla natura delle autorità cinesi e della loro politica non di meno di quanto non facciano le vicende legate al Tibet e alle reazioni di Pechino rispetto ad ogni critica che riguarda quelle che sono viste come priorità indiscutibili della loro politica. È indubbiamente un pericolo, talvolta subdolo e nascosto tra le pieghe degli accordi commerciali, che devono tener presente tutti i paesi che intendono sviluppare stretti collegamenti commerciali con la Cina nel loro coinvolgimento nella nuova Via della Seta.

Traendo vantaggio anche dalla disattenzione dei paesi occidentali verso i bisogni del continente, e della arrogante disattenzione della Francia durante gli anni della presidenza Sarkozy per i rapporti con i paesi ex colonie in particolare, la Cina da avvio ad un programma di cooperazione definito win-win perché di reciproco beneficio per entrambe i paesi.

La formula del win-win cinese si basa su pochi principi che possono essere cosi sintetizzati:

  1. eguaglianza e vantaggi reciproci;
  2. rispetto reciproco della sovranità ed integrità territoriale;
  3. non ingerenza negli affari interni;
  4. patto di non aggressione;
  5. coesistenza pacifica.

Questa formula si pone come antitetica a quella della cooperazione occidentale che al contrario tende a imporre (almeno in teoria e a beneficio delle opinioni pubbliche occidentali) allo stato beneficiario un certo grado di democrazia nella gestione politica e il riconoscimento dei diritti civili. La cooperazione occidentale è indicata da Pechino come “vincente-perdente”, ossia i vantaggi economici sono tutti dal lato del paese occidentale e a svantaggio di quello africano.

Anche nel discorso di Xi Jinping all’ultimo Forum tenutosi nell’autunno del 2018, la politica cinese viene definita come  diretta a creare beneficio reciproco dalla ripartizione del lavoro tra stati, a creare le condizioni per una pacifica convivenza tra i popoli basata sullo scambio economico e culturale, dove nessun popolo o cultura si senta superiore alle altre, definendo cosi le condizioni per non generare guerre. Al tempo stesso gli USA sono definiti come una nazione che si sente e si è sempre sentita superiore, e sulla base di questa presunta superiorità, sono state giustificate guerre ed altre azioni nefaste.

Gli USA, l'Europa, e l'Occidente nel suo complesso, pagano errori strategici di enorme portata. Le disattenzioni, la mancanza di sensibilità, gli egoismi fratricidi, le assenze o ancor peggio le ambiguità e le opacità non hanno fatto altro che favorire la penetrazione del gigante asiatico. La Cina ha l’autorevolezza per occupare stabilmente l'Africa e per negoziare direttamente con i singoli Stati rapporti bilaterali di ogni genere, tenendo presente della realtà variegata delle diverse aree. Bisogna dire che la globalizzazione neoliberista, di cui l'Occidente degli ultimi 30-40 anni è il massimo fautore e traino, ha prodotto disparità, diseguaglianze ed emergenze di tenuta democratica, qualora ci sia una democrazia, in grandissima parte del pianeta, figuriamoci nel fragile continente africano.

Le oligarchie economiche e le loro politiche elitarie hanno conseguito, come già ribadito in precedenti articoli, tramite le grandi istituzioni finanziario-economiche mondiali, guasti e sofferenze a milioni di esseri umani sulla terra. Tutto ciò fa sì che nel mondo ci siano sempre meno cittadini e sempre più sudditi. I principi derivati dalla rivoluzione francese sono stati disattesi, spesso ignorati e molte volte calpestati dall'Occidente stesso, che avrebbe dovuto esserne il principale promotore. La governance del Mondo è cosa complessa, spesso bisogna applicare principi di ferrea realpolitik, ma una seria riflessione generale che metta al centro l'uomo, prima delle strategie economico-politiche, aiuterebbe i popoli a guardare al futuro con più ottimistiche prospettive. Sicuramente la Cina non farà regali a nessuno e i suoi aiuti se li farà pagare e valere in maniera decisa, da potenza planetaria qual è, con forza e peso.

Una sorta di simpatia o per lo meno di buona accoglienza da parte dell'Africa è stata favorita dai motivi sopra citati. La Repubblica Cinese si muove apparentemente in maniera soft, non operando alcuna ingerenza nella vita politica dei singoli Stati africani, non entrando in storiche e talvolta arcaiche contese, ma trattando con tutti, da buoni commercianti quali sono da millenni, in un sottile ma complesso gioco di equilibri. Affamata di risorse per lo sviluppo, sa benissimo che il territorio africano rappresenta qualcosa di fondamentale per il suo futuro economico, per cui la chiave strategico-militare  di controllo in aree sensibili e di supporto alle sue attività commerciali,  dal   Corno d’Africa all’Atlantico, diventano fondamentali.

Ciò premesso, cerchiamo di analizzare meglio il ruolo cinese in Africa valutandone gli aspetti positivi e quelli negativi con l’intento di comprendere se e come la Cina non sia una forma nuova di neo imperialismo, affatto diverso da come si presenta.

Iniziamo con l’osservare che la Cina non nasconde il suo interesse per il continente africano, ricco di risorse naturali necessarie al suo sviluppo economico. Nel suo intervento la Cina si è basata su tre punti fondamentali: la mancanza di infrastrutture, la mancanza di risorse finanziarie dei paesi africani, la scarsità di manodopera qualificata locale. A questi tre punti nell’ultimo forum del 2018 si è aggiunta la salvaguardia ambientale in un’ottica di sviluppo ecosostenibile.

Applicando un modello di sviluppo già attuato per il suo sviluppo interno, la Cina ha realizzato e sta realizzando una serie di infrastrutture come porti, ferrovie, strade, ponti, centrali elettriche, etc., che costituiscono la precondizione dello sviluppo economico. Certamente si osserva che queste infrastrutture, che verosimilmente non si sarebbero realizzate in assenza del fiume di soldi che la Cina ha riversato sul continente africano, se da un lato sono rispondenti a bisogni degli stati beneficiari, sono altresì funzionali al commercio delle materie prime verso la Cina e dei prodotti cinesi verso i mercati africani. In breve sono parti della “nuova via della seta”.

Si osserva inoltre che la non richiesta di nessuna misura politica, come maggiore democrazia o maggior diritti civili, ha consentito a molti governanti locali di aumentare o conservare il loro consenso realizzando come si è detto infrastrutture di utilità per le popolazioni locali. Questo approccio ha consentito alla Cina di stringere rapporti con la totalità degli stati africani e di essere già nel 2009 il primo partner commerciale del continente africano superando gli USA e raggiungendo un picco nel 2014 con un commercio bilaterale di 220 miliardi di dollari.

Tra il 2000 e il 2017 la Cina ha prestato un totale di 136 miliardi di dollari al continente Africano. Molti sostengono che per parecchi stati l’indebitamento con la Cina sia eccessivo e insostenibile. Altri sostengono il contrario. Ad ogni modo si può rilevare che nessuno stato Africano ha un peso economico e politico a livello internazionale paragonabile a quello della Cina e che quindi esiste un sostanziale dislivello nel rapporto che si viene ad instaurare tra la Cina e qualsiasi stato africano. Inoltre, se si prendono in considerazione i 60 miliardi di dollari stanziati nel Forum del 2015, di questi ne sono stati effettivamente erogati 45 e di questi 35 come finanziamenti. La Cina si difende dalle accuse di neocolonialismo sostenendo che gli stati più poveri vedranno gli interessi sul debito congelati. Rimane il fatto che chi ha la borsa da cui erogare i fondi è giocoforza nella posizione dominante e che, per quanto negato dalle autorità, ha un potere di pressione sui governi locali analogo a quanto fin ora esercitato dagli USA, dalla Francia, dalle altre potenze occidentali o organizzazioni internazionali e aziende multinazionali.. Pertanto quanto è credibile Xi Jinping quando afferma che gli investimenti cinesi in Africa non sottendono nessun vincolo politico?

La Cina necessita di consenso nelle organizzazioni internazionali, e l’Africa con i suoi oltre 50 stati sovrani che siedono all’ONU è strategica per accrescere il potere di Pechino in quella sede. Il consenso è alimentato sia dagli investimenti infrastrutturali, sia dalla domanda di materie prime che garantiscono entrate finanziarie per i singoli stati. Inoltre la Cina coltiva il suo consenso con la propaganda, attuata attraverso emittenti radiofoniche, giornali e siti web che sta sviluppando in vari paesi del continente.

Si fa anche notare da alcuni che mentre in occidente l’opinione pubblica e l’atteggiamento politico degli stati e delle istituzioni sovranazionali riescono a porre alcuni limiti alle multinazionali occidentali in termini di tutela dell’ambiente e di diritti dei lavoratori, la Cina, così monolitica e totalitaria, con una popolazione nella stragrande maggioranza tenuta per secoli nell’ignoranza e nella povertà più assoluta, rappresenta la totale assenza di rispetto delle libertà individuali e dei diritti civili così come li intendiamo in Occidente.  

Ciò detto, va però anche aggiunto che quanto afferma Xi’- Jinping rispetto all’approccio Occidentale e USA, in particolare di sentirsi superiori, non è del tutto privo di verità. Se la Cina ha potuto trovare un così veloce inserimento nei paesi africani molte responsabilità sono proprio occidentali e delle stesse organizzazioni internazionali come FMI e BM.

La formula cinese di reciproco vantaggio (che per certi versi ricorda quelle dell’ENI di Mattei, da cui dovremmo prendere spunto per una nostra  politica efficace nel continente) ha potuto aprire molte porte perché la cooperazione occidentale, non solo lega gli aiuti a pratiche burocratiche e richieste ingerenti nella politica interna, spesso anche in modo profondamente contraddittorio, ma anche perché i vantaggi hanno sempre peso dalla parte occidentale più che da quella africana. L’occidente, specie negli ultimi decenni, non si è mostrato molto attento ai reali bisogni dei vari paesi africani, anzi ha spesso ignorato e frustrato le esigenze di uno sviluppo economico e sociale del continente.

Anche le richieste di maggiore democrazia e riconoscimento di diritti civili delle popolazioni hanno trovato una grande contraddizione nelle scelte occidentali di supportare spesso leaders africani niente affatto democratici ma di volta in volta convenienti agli interessi occidentali e allo sfruttamento delle risorse.

Le politiche neoliberiste attuate negli ultimi decenni hanno inflitto ai paesi africani profonde sofferenze, e imprigionato molti paesi nella morsa del debito, soggiogandoli alle ricette anti sociali di riduzione delle spese pubbliche di welfare.

Quest’approccio occidentale, spesso macchiato di profonda ipocrisia, è tornato all’occidente come un boomerang non appena una nuova possibilità si è affacciata all’orizzonte. Prima di emettere ogni giudizio sulle reali intenzioni della Cina, occorre che i paesi occidentali, in primis USA e Francia, facciano un profondo esame delle loro coscienze rispetto all’Africa.

La Cina si sta avvantaggiando degli errori dell’Occidente e delle stesse logiche neoliberiste che sottendono alla globalizzazione, così come è stata attuata. Ormai il latte è versato, e accusare la Cina di neocolonialismo e neoimperialismo quando per anni l’approccio all’Africa è stato unicamente quello dello sfruttamento intensivo delle risorse, in nome del quale si sono alimentate guerre e sostenuti regimi discutibili, sono lacrime inutili.

La Cina progredisce rapidamente nella costruzione della nuova via della seta che ha in Africa alcuni terminali strategici come sulle coste del corno d’Africa e delle coste orientali. La cooperazione cinese ha aiutato molti paesi a crescere economicamente e a dare occupazione a molti africani. La Cina ha compreso come più l’Africa cresce più la Cina cresce, divenendo un’area non solo di sfruttamento delle materie prime ma anche un mercato di sbocco per i prodotti finiti. Crescita economica, ma anche politica. Solo di recente i paesi occidentali sembra hanno inteso come l’Africa possa costituire un volano di sviluppo promovendo fortemente la nascita dell’area di libero scambio continentale che verrà a realizzarsi nei prossimi anni dando vita ad un ampio mercato unico. Senza addentrarci ora in questo argomento che sarà oggetto di futuri approfondimenti, vale la pena osservare che si tratta pur sempre di un progetto imperniato sui principi mercantilisti e neoliberisti che antepone le merci e i profitti agli esseri umani e ai loro diritti.

Ma torniamo ai punti salienti della cooperazione cino-africana.

La Cina partendo dalle mancanze su indicate del continente ha, con le iniziative intraprese, sopperito, costruendo infrastrutture, elargendo direttamente o indirettamente tramite le grandi aziende pubbliche e private, alla carenza di capitali, e formato manodopera e personale qualificato. Unitamente ai finanziamenti, i programmi di cooperazione cinese hanno favorito la formazione a ogni livello aprendo le proprie università e centri formativi alle giovani generazioni del continente africano, contribuendo così sia alla elevazione delle nuove generazioni sia ad accrescere il senso di affiliazione e partecipazione culturale.

Con questo approccio la Cina rappresenta per i paesi africani una concreta possibilità di crescita economica come dimostrano molte performance economiche di molti stati africani in particolare del Corno d’Africa e in generale dell’Africa dell’Est. Il win-win cinese sembra funzionare e sino ad ora l’indebitamento verso la Cina degli stati africani non sembra aver dato nessuna crisi finanziaria e di solvibilità. Si potrebbe obiettare che la logica cinese non è limitata al guadagno immediato e all’usurpazione delle risorse come spesso è apparsa quella occidentale. Cionondimeno, proprio perché i cinesi sono popolo intelligente e lungimirante, non ci sarebbe da stupirsi se non rendono manifesti i loro intenti in una fase così importante per la realizzazione della loro egemonia mondiale.  La Cina si governa con obiettivi di lungo periodo, pianifica concretamente il futuro per decenni, mentre l’occidente, posseduto dall’unico obiettivo di massimizzare i profitti a breve e brevissimo termine, sembra aver perso ogni capacità programmatica a lungo termine e che non vada nella direzione più volte esposte di monopolizzazione della ricchezza da parte di pochissimi gruppi privati.

Quello che doveva essere il nuovo secolo americano, probabilmente per come sono le condizioni in occidente, finirà per essere il secolo cinese e della dominazione con gli occhi a mandorla, pienamente capitalista e consumista. Ma finirà anche per distruggere culture ed ecosistemi, al di là delle parole affascinanti dei loro leaders su un mondo fatto di pace e cooperazione basato sulla ripartizione del lavoro e sul rispetto reciproco? A ben guardare infatti questa ripartizione del lavoro tra i vari paesi sarebbe comunque controllata dalla Cina e costruita attorno ai suoi interessi.

Allargando lo sguardo dal continente africano all’intero globo, la Cina sta realizzando la nuova via della seta che collega e collegherà sempre di più la Cina agli altri paesi asiatici, europei e africani. Questo offre molte possibilità di interscambio economico e culturale tra paesi e continenti. Xi-Jinping insiste molto nei suoi discorsi sulla paritetica collaborazione, sulla distribuzione internazionale del lavoro, sul rispetto reciproco tra civiltà e culture diverse, ciascuna preziosa nella sua unicità, sul rispetto dell’ambiente, sulla pace come condizione di sviluppo dell’intero genere umano, definendo chi ritiene una civiltà superiore alle altre come un “cretino”.

Queste affermazioni sono certamente affascinanti e non mancano di veridicità come valori e principi che dovrebbero ispirare il rapporto tra i popoli e le civiltà. Ora che dietro queste affermazioni vi sia una volontà egemonica della Cina è molto probabile. Se e quanto le affermazioni e le azioni cinesi nascondano una sostanziale ipocrisia verrà alla luce solo nei prossimi anni.


Come già evidenziato sia in quest’articolo che in molti altri interventi di M.R., emerge come il vero responsabile dell’attuale impoverimento economico, sociale e politico, che seppure in grado diverso, oggi riguarda tutto il pianeta, sia il paradigma neoliberista. In Africa come altrove il neoliberismo e chi lo promuove sono i veri responsabili di quello a cui assistiamo, che è un impoverimento non solo materiale ma anche di civiltà, di consistenza e di progresso spirituale dell’umanità.

La Cina utilizza la globalizzazione e i principi neoliberisti voluti dalle elites occidentali a suo vantaggio e la sua crescita economica, politica e militare è esponenzialmente in rotta di collisione con l’egemonia statunitense. Di per se, però, rimane un paese governato da un partito unico comunista con un economia a direzione statale che consente anche un grande arricchimento di gruppi privati ma sempre sotto un ferreo controllo statale centralizzato. Un sistema quindi diverso dal modello neoliberista occidentale e per molti aspetti inconciliabile. In questo contesto, c’è da domandarsi se la Cina e il suo avanzare verso un egemonia globale non possano essere un interessante leva di pressione per indirizzare le attuali elites occidentali neoliberiste verso un nuovo approccio che inserisca nella gestione economica elementi post keynesiani e una maggiore attenzione a una più equa distribuzione della ricchezza. Sebbene non si tratterebbe di un vero e proprio cambio di paradigma, costituirebbe un miglioramento e potrebbe essere visto dalle elites stesse come unica condizione per evitare una progressiva implosione dell’Occidente e con questo di loro stesse. Malgrado le elites mondiali siano sempre più sovranazionali e mondialiste, un Occidente sempre più indebolito economicamente, in regressione sociale, facile preda dell’espansione Cinese, come di ogni altro nuovo player internazionale, non conviene a queste stesse elites.

L’Africa può essere un’importante area dove invertire le tendenze in corso e inaugurare un approccio differente. Un approccio che superi ad un tempo le antiche pratiche coloniali e la facile espansione cinese, che inauguri una formula di “win-win” occidentale, dove al centro vi sia lo sviluppo economico e sociale dei popoli e non tanto dei loro governanti, spesso di per se già invisi alle popolazioni locali. L’Europa, in particolare, deve capire come agire negli scenari che gli si prospettano davanti. L’Italia, inserita sia nel contesto europeo, sia nelle relazioni strategiche con i paesi africani e soprattutto quelli contigui all’area mediterranea e del Corno d’Africa, ha tutto l’interesse di promuovere, di concerto con l’Unione Europea, ma, anche, qualora fosse necessario, da sola, un piano per l’Africa che promuova una collaborazione su nuove basi, più eque e rispettose delle esigenze dei paesi e delle genti, che rappresenti una valida e appetibile alternativa ai processi cinesi di egemonizzazione.

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