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Anche io sono un sovranista. O meglio, sono un social-liberale; sono un democratico progressista ed in quanto tale non posso che essere anche un “sovranista”. 

In quanto democratico, credo infatti che il popolo debba essere sovrano ed in controllo delle sorti della collettività tramite l’azione politica e, quindi, anche tramite politiche economiche che possano sostenere e realizzare il volere espresso dalla collettività.

In un mondo in cui l’economia ha il primato sulla politica e sugli interessi dei cittadini; in cui il neoliberismo, con la sua mancanza di regole, si sta imponendo su stato sociale e stato di diritto; ed in cui la politica è incapace di fare fronte a poteri economici sovranazionali che impongono alla società modelli sociali, politici ed economici dettati da intessi particolari, non posso che rivendicare con tutte le mie forze la sovranità del popolo ed il diritto-dovere di esso di riappropriarsi del proprio futuro tramite un’azione politica spregiudicata e di rottura con il nuovo “ancient regime” finanziario ed i suoi “camerieri”.

Proprio in virtù del mio essere profondamente democratico e convinto che il popolo debba riappropriarsi della propria sovranità, al contrario dei sovranisti, sono anche un convinto europeista. 

Oggi il sovranismo si declina in un movimento nazionalista; e capisco le ragioni di questo approccio. Se guardiamo alla storia, sono stati gli stati nazionali a permettere il conseguimento di tutte le conquiste sociali che sono state raggiunte negli ultimi tre secoli. Dall’abbattimento dell’ancient regime, al raggiungimento del suffragio universale, fino alla recentissima e fragilissima istituzione dello stato sociale, queste sono tutte state conquiste sociali conseguite su scala nazionale e poi straripate oltre i confini territoriali (le idee viaggiano, in barba a qualunque mentalità ed approccio Westfaliano). 

È quindi naturale che tanti di coloro che vogliono preservare le conquiste sociali conseguite all’interno degli stati nazionali europei negli ultimi tre secoli stiano disperatamente cercando di tornare all’assetto politico-istituzionale che queste conquiste le ha permesse. Ma non credo questo sia un approccio che alla lunga sia vincente, o possa raggiungere il proprio scopo.

Per tutelare le conquiste economiche e sociali raggiunte negli ultimi tre secondi all’interno delle democrazie nazionali c’è bisogno di abbracciare e definire un progetto europeo comune ed alternativo a quello attuale.

Se è vero che oggi la sfida é quella di combattere, o controbilanciare, la potenza di gruppi di interesse economico-finanziari internazionali, non possiamo pensare di combattere i carri armati con le lance. 

In un mondo globalizzato, economicamente e culturalmente connesso; in un mondo in cui il neoliberismo, dittatura ideologica silenziosa ed invisibile, sta definendo e dando forma alla società, una singola nazione, per quanto determinata, non avrebbe la forza di opporsi alle dinamiche sovranazionali che stando dando forma alla società del 21 secolo. Quanto ci vorrebbe prima che quella nazione venisse trasformata e presentata all’opinione pubblica mondiale come una nuova “Cuba”?.

Per restituire sovranità al “popolo” e per combattere l’involuzione antidemocratica, antieconomica, antisociale ed antiambientale di cui gli stati europei sono oggetto, anche proprio ad opera della tecnocratica dis-Unione Europea, c’è bisogno di un progetto forte. 

C’é bisogno di ripartire dalla costituzione di un blocco politico, economico, sociale ed istituzionale che abbia la forza economica e politica, e la credibilitá, di rilanciare un progetto indipendente ed autosufficiente. 

La via maestra per rilanciare un modello sociale social-liberale non è certo quella di rifiutare il progetto dell’Unione Europea, ma di incalzare le attuali istituzione europee con la necessità di scrivere una costituzione europea che vivifichi e dia sostanza alla tradizione social-liberale e democratica tipica degli stati nazionali europei del dopoguerra. 

Non ha senso dividere gli stati nazionali europei, unici stati al mondo che, per quanto diversi, hanno abbracciato e realizzato forme di società social-democratiche; bisogna invece unirli dando loro uno scopo comune e condiviso- dal popolo e per il popolo.

Ecco quindi che io non sono un internazionalista ed un convinto europeista solo per ideologia; per convincimento che gli uomini siano nati tutti uguali, con diritti inalienabili, sotto ogni cielo del pianeta. Non sono un internazionalista solo per la mia identità di “cittadino del mondo” ed il mio desiderio che democrazia, stato sociale e stato di diritto possano essere capiti, accettati, apprezzati ed applicati in ogni angolo del pianeta, in rispetto dei diritti fondamentali ed alienabili di ogni uomo. Sono un europeista per pragmatismo e visione politica. Sono un europeista per necessità, visione e strategia. 

Sono un europeista, perché credo nel popolo sovrano, sotto ogni cielo del pianeta.

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