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Segue un articolo contenente alcuni estratti del libro “Il viaggio di Falcone a Mosca”: http://www.librimondadori.it/libri/il-viaggio-di-falcone-a-mosca-francesco-bigazzi-valentin-stepankov (libro di Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov, con i contributi di Maurizio Tortorella e Carlo Nordio), pubblicato da “Qelsi” (http://www.qelsi.it/). 
Maurizio Tortorella: «Il mistero ha il volto sornione di Francesco Cossiga, ottavo presidente della Repubblica italiana. Nel corso del tempo, quattro diversi ministri hanno dichiarato pubblicamente che Giovanni Falcone, nel giugno 1992, avrebbe dovuto recarsi in Russia per confermare una cooperazione giudiziaria sul tema, parlandone (e non era la prima volta) con Valentin Stepankov, allora giovane procuratore generale della Federazione Russa. Tra la metà del 1991 e i primissimi mesi del 1992, sostengono tre di quei quattro ministri, Falcone aveva ricevuto direttamente da Cossiga, all’epoca capo dello Stato, l’incarico di seguire dal versante italiano le indagini avviate nella Russia post-sovietica sul cosiddetto “oro di Mosca”: rubli e dollari versati per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991.
Quella montagna di denaro era stata spedita in quarant’anni al PCI, e al suo scioglimento (nell’ottobre 1989) anche al suo erede, il PDS: il mittente era il Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra. Si tratta di quasi 1000 miliardi di lire, che hanno pesantemente condizionato la vita politica del secondo dopoguerra. […]
In tanti hanno cercato di negarlo. Falcone e l’oro di Mosca? Un’inchiesta? Un incarico ufficiale a indagare, sollecitato addirittura da Cossiga? Macché, non risulta. La prima smentita venne il 28 maggio 1992 con una nota del ministero della Giustizia: “Le notizie apparse circa presunte indagini avviate da Giovanni Falcone sulle esportazioni illegali di valuta effettuate nel passato dal Partito comunista dell’Unione Sovietica sono destituite di ogni fondamento”. Ma è un falso storico. Particolarmente paradossale, visto il mittente. Perché sette anni dopo l’ex Guardasigilli Martelli, in un convegno romano organizzato l’8 novembre 1999 per presentare il libro Ora da Mosca di Valerio Riva e Francesco Bigazzi, uscito un mese prima, conferma che Falcone era coinvolto nell’indagine tra Italia e Russia, eccome. A Roma, Martelli parla davanti a un folto pubblico. E dice testualmente: “Falcone un giorno venne in ufficio da me, e ricordo che fra gli altri argomenti mi parlò di questa questione. Era molto eccitato, e lo era sia perché aveva avuto un’eccellente impressione di Valentin Stepankov, di cui mi disse: “È un uomo di prim’ordine”, e poi per la materia, evidentemente un po’ incandescente, o almeno scottante, e in terzo luogo perché pensava, sfruttando anche quest’episodio, di poter inaugurare una stagione di collaborazione giudiziaria con l’ex Unione Sovietica, con la quale non c’era un rapporto di cooperazione”. [...] “Lui me ne parlò e io lo incoraggiai ad andare a Mosca per prestare appunto tutta l’assistenza, la collaborazione ai nostri magistrati, e anche per trovare la possibilità di inaugurare una forma di cooperazione giudiziaria stabile”. […]
In effetti, tre giorni esatti dopo la morte di Giovanni Falcone, anche il quotidiano moscovita “Novye Izvestia” pubblicò una notizia che in Italia passò quasi inosservata. Il 26 maggio 1992 il giornale rivelò che tra la fine di maggio e i primi di giugno di quell’anno, così di fuoco per l’Italia politica e giudiziaria, Falcone sarebbe dovuto “tornare a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del PCUS”. La pista dell’oro di Mosca nel corso del tempo è stata battuta e poi abbandonata, ma ancora oggi resta fra le più misteriose e suggestive tra le possibili concause della morte di Falcone. Secondo la “Novye Izvestia” di ventitré anni fa, il magistrato sarebbe stato incaricato di coordinare le indagini su un colossale riciclaggio dei fondi del PCUS in Italia, “su invito dell’ex presidente della Repubblica italiana, Francesco Cossiga”. Falcone, scriveva ancora il quotidiano russo, “lavorava in coordinamento con la squadra speciale che si occupa della medesima indagine a Mosca”.
L’Italia, per la “Novye Izvestia”, “faceva parte del ristretto numero di Paesi in cui i soldi del disciolto PCUS e dello Stato so-vietico scorrevano a fiumi: solo negli anni Settanta, 6 milioni di dollari erano stati trasferiti annualmente dal Politburo come aiuti fraterni”. “Non è escluso” aggiungeva l’articolista russo “che i fondi del partito e dello Stato [l’Urss] siano stati pompati in strutture occulte italiane per altre strade: attraverso Paesi terzi, sotto forma di tangenti per contratti, e come profitti derivanti dal traffico illegale di oro e di altri preziosi. L’Italia non veniva scelta a caso per gli investimenti del partito. Le strutture della mafia molto sviluppate, la posizione di forza dei comunisti locali, i solidi contatti stabiliti da tempo, tutto ciò prometteva grandi profitti agli investitori del PCUS”»

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