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Welcome Back to School f6d10
Welcome Back to School f6d10


Si ricorda che come stabilito dalle ultime norme gli studenti dovranno indossare la mascherina chirurgica durante tutta la durata delle lezioni”.

Così si concludeva la circolare che a fine novembre annunciava la ripresa dei laboratori in presenza nella scuola frequentata da mamma e figlia, allieve rispettivamente del corso serale e di quello diurno. Si materializzava così lo scenario paventato dalla signora, la quale nei mesi precedenti aveva più volte espresso il radicale proposito di lasciare la scuola nell’eventualità che fosse stato imposto l’obbligo della mascherina anche al banco. Ora quel momento era arrivato. Ma perché darsi per sconfitta a priori, vanificando così più di due anni di sacrifici, proprio quando mancavano pochi mesi al diploma?
La signora (un’associata del Movimento Roosevelt) ha deciso quindi di far presente al dirigente scolastico che il nuovo obbligo non trovava riscontro esplicito nelle recenti norme e poteva comportare vari effetti collaterali non irrilevanti. Alla sua mail era allegata una comunicazione/diffida preparata da alcuni legali. La risposta del preside ha indotto la signora a scrivere una lunga lettera che si è ritenuto di rendere pubblica in questo spazio. Oltre alle argomentazioni relative al caso specifico, che potrebbero forse interessare chi si trova in situazioni analoghe, vale la pena di condividere il lavoro di ricerca su cui si basa il resto della lettera. Per agevolarne la lettura, il testo è stato diviso nelle seguenti sezioni:
 
 

1. “Ultime norme” vs. discrezionalità amministrativa

Gentile Signor Preside,
 
la ringrazio per la replica, in merito alla quale vorrei sottoporre alla sua attenzione ulteriori osservazioni. Rilevo alcune incongruenze tra il contenuto della sua circolare del 27 novembre 2020, relativa alla ripresa dei laboratori in presenza, e quanto da lei scritto in risposta alla mia comunicazione.
Da un lato, infatti, l’ultima frase della circolare ascriveva genericamente alle “ultime norme” il nuovo obbligo di “indossare la mascherina chirurgica durante tutta la durata delle lezioni”. Se lei stava semplicemente ricordando (questo era il verbo adoperato) quanto sancito da recenti provvedimenti normativi, sarebbe stato opportuno specificare quali fossero le “ultime norme” le quali, a suo dire, stabilivano che bisognasse tenere la mascherina “durante tutta la durata delle lezioni”. Appurato che le ultime norme in oggetto erano il DPCM del 4 novembre 2020 e la successiva Nota Ministeriale 1990 del 5 novembre 2020, possiamo tuttavia convenire che queste si limitano a ribadire l’obbligo già vigente dell’utilizzo della mascherina, senza aggiungere che esso debba estendersi a tutta la durata delle lezioni. Viene invece confermata dal DPCM sia la “salvezza dei protocolli e delle linee guida anti-contagio” (che abbiamo finora adottato a scuola) sia l’eccezione relativa ai casi in cui le “caratteristiche dei luoghi” o le “circostanze di fatto” garantiscano “in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi”.
D’altra parte, data l’assenza di una esplicita estensione dell’obbligo nelle più recenti norme (fermo restando che, almeno per ora, le libere interpretazioni fornite dai mezzi di comunicazione non fanno giurisprudenza), non è propriamente in forza di queste ultime che nella sua lettera di risposta lei rivendica l’adozione del nuovo provvedimento, bensì in virtù dell’“esercizio della discrezionalità amministrativa” che a lei compete:
 
Nell’esercizio della discrezionalità amministrativa che mi compete, rimanendo doverosamente nel solco della legalità, rivendico pertanto le misure previste nell’interesse della tutela di tutti i soggetti presenti all’interno dell’Istituzione scolastica che dirigo. Non ritengo infatti di aver posto in essere nessun atto viziato da eccesso di potere o in violazione di legge e pertanto annullabile ex art. 21 octies della L.241/90.
 
Se lei ha effettivamente agito in base a discrezionalità amministrativa, mi sfugge il motivo per cui non l’abbia esplicitato nella sua circolare, assumendosi la responsabilità e motivando adeguatamente le ragioni di provvedimenti dall’impatto non indifferente sugli studenti e sul personale scolastico, invece di dare a intendere che le nuove disposizioni fossero stabilite da non meglio precisate “ultime norme”. Solo in seguito alle mie rimostranze, rivolte specificatamente a lei, ha fornito alcune spiegazioni in una lettera che ha ritenuto di indirizzare a me oltreché ai docenti della classe mia e di quella di mia figlia.
 
 
2. La “intrinseca diversità" dei laboratori
 
L’esigenza di adottare le nuove misure è da lei messa in relazione con le particolari situazioni in cui ci si trova durante le attività laboratoriali, “intrinsecamente diverse rispetto a quelle che si vengono a determinare in caso di svolgimento di classica didattica frontale”. Se interpreto correttamente il suo parallelo richiamo alle condizioni di deroga contemplate dal DPCM, lei sostiene che la dinamica delle attività di laboratorio non rientri in quelle circostanze di fatto le quali, garantendo in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi, costituiscono eccezione all’obbligo di indossare la mascherina.
Ebbene, viene da chiedersi se le attività laboratoriali di dicembre siano intrinsecamente diverse anche da quelle svolte a settembre e ottobre, dal momento che i protocolli finora adottati dal nostro Istituto non distinguono i comportamenti da tenere nelle lezioni frontali e nei laboratori. La differenza stabilita tra condizioni statiche e dinamiche vale infatti allo stesso modo per entrambe le situazioni, come disposto dal Protocollo sicurezza per la ripresa attività didattica (inviato il 10 settembre 2020) e ribadito nel vademecum Per un rientro a scuola (12 settembre 2020). Così recita il Protocollo:
 
AULE […].
In condizioni statiche (ovvero seduto al proprio posto) lo studente ed il docente potranno rimuovere la mascherina.
In condizioni dinamiche (a prescindere dalla distanza) ed ogniqualvolta non sia possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro è fatto obbligo di indossare all’interno della scuola la mascherina chirurgica [p. 4].

LABORATORI […].
Quando l’attività di laboratorio si configura di tipo “statico” (ovvero con studenti e docente seduti al proprio posto) si applicano le stesse regole delle aule.
Quando l’attività di laboratorio si configura di tipo “dinamico” è fatto obbligo di indossare la mascherina chirurgica [p. 5].
 
Gli stessi concetti sono formulati nel Vademecum (p. 2):
 
Quando in laboratorio svolgerai un’attività che ti permetterà di rimanere seduto si applicheranno le stesse regole delle aule.
Invece quando l’attività di laboratorio si configura di tipo “dinamico” è fatto obbligo di indossare la mascherina chirurgica.
 
I protocolli assumono dunque che le attività di tipo statico, indifferentemente dalla ubicazione in aula o in laboratorio, rappresentino a tutti gli effetti una condizione di eccezione all’obbligo di indossare la mascherina. L’unica rilevante differenza riguarda i “laboratori che prevedono l’uso di cavalletti con studenti in piedi” dove, “non potendo garantire la condizione statica, è fatto obbligo di indossare la mascherina chirurgica” (Protocollo, p. 5; Vademecum, p. 2). Osservo però che quest’ultima situazione non si è mai presentata, perché sin dall’inizio dell’anno l’uso dei cavalletti nei laboratori è stato interdetto, e gli studenti hanno sempre lavorato seduti ai banchi ordinari.
È ben vero che nel Protocollo vengono ammesse “revisioni/aggiornamenti in caso di intervenute esigenze specifiche della scuola e/o revisioni/aggiornamenti delle disposizioni normative statali, regionali e comunali”. Se però il principale motivo da lei ora addotto per giustificare misure più restrittive è la intrinseca – e non contingente – diversità delle attività laboratoriali dalle lezioni frontali (una differenza mai stabilita in questi termini nei protocolli ma divenuta ora per lei “evidente” e tale da rendere “doverose, nell’interesse di tutti, maggiori precauzioni”), suscita perplessità il fatto che i “principi di prevenzione e precauzione” dettati da questa insita condizione di diversità vengano invocati soltanto adesso, e perdipiù dopo che l’esperienza di settembre e ottobre ha dimostrato – come scrive lei stesso – che il rispetto diligente delle precedenti disposizioni “ha permesso ad oggi di non far sviluppare nessun focolaio all’interno del nostro Istituto scolastico”. Alla luce di queste considerazioni, nonché della chiosa posta a conclusione della sua lettera, non trovo affatto convincente la ragione da lei addotta a fondamento del nuovo provvedimento.
 
 
3. Prove di efficacia insufficienti e contraddittorie
 
Sono fiduciosa che le mie riflessioni non verranno assimilate alla mera espressione di “egoismi personali ed estremismi”. Esprimere dubbi e critiche in merito alla validità e alle incognite dell’uso in ambito comunitario delle mascherine, soprattutto per periodi prolungati, non è del resto un vezzo di chi viene troppo spesso etichettato pubblicamente in modi sprezzantemente sbrigativi e superficiali, ma è un atto lecito e sensato, a maggior ragione quando proprio dalla letteratura scientifica accreditata emerge un quadro che è lungi dall’essere coerente, esaustivo e largamente condiviso, come sottolineato dallo stesso European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC): “Esistono prove contrastanti sull’effetto protettivo per chi indossa maschere chirurgiche per sindromi simil-influenzali (ILI) e per l’influenza confermata in laboratorio in ambienti domestici” [1]. La relazione tecnica dell’ECDC rimanda a un precedente documento dell’Organizzazione mondiale della sanità nel quale, in seguito a una meta-analisi di 10 studi RCT (studi controllati randomizzati, considerati i più affidabili tra le prove scientifiche) si conclude che non sono emerse prove sufficienti a sostegno dell’ipotesi che le mascherine riducano la trasmissione di casi di influenza confermati in laboratorio [2]. Un’ampia revisione sistematica pubblicata nel 2012 e finanziata dalla Health Protection Agency inglese e dall’ECDC aveva evidenziato le carenze metodologiche e strutturali della maggior parte degli studi analizzati, una mancanza spesso dovuta a problematiche connaturate a questo tipo di ricerche, tra cui le notevoli e persistenti incertezze che derivano da “prove limitate e contraddittorie” sui modi di trasmissione (contatto diretto, indiretto, goccioline o aerosol) e sui fattori di rischio che possono influenzare la trasmissione stessa. Veniva infine sottolineata la “impressionante esiguità di studi pubblicati che prevedano come esito la conferma microbiologica dell’infezione da influenza” [3].
In attesa che vengano effettuate ricerche specifiche e sistematiche sui modi di trasmissione del SARS-CoV-2 e sull’efficacia delle misure preventive in comunità, nell’agosto di quest’anno è apparsa su una rivista del CDC americano (Centers for Disease Control and Prevention) una nuova articolata meta-analisi di centinaia di rassegne scientifiche disponibili nelle principali banche dati (Medline, PubMed, EMBASE e CENTRAL). Lo studio, finanziato anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, è propedeutico allo sviluppo delle linee guida dell’OMS sull’uso di misure non farmaceutiche personali e ambientali in ambito non sanitario durante le pandemie influenzali. La ricerca relativa all’efficacia delle mascherine è stata condotta a partire da 1100 articoli scientifici in tutte le lingue pubblicati tra il 1946 e il 2018 e basati esclusivamente su studi controllati randomizzati in ambienti comunitari (principalmente università, scuole e abitazioni domestiche) [4]. In base a criteri metodologici e di coerenza, si è giunti infine a selezionare 10 articoli dai quali è emerso che “l’uso di mascherine da parte di persone infette o non infette non ha un effetto sostanziale sulla trasmissione dell’influenza” [5]. Delle mascherine chirurgiche, in particolare, viene detto:
 
Sono dispositivi che aderiscono in maniera blanda, concepiti per essere indossati dal personale medico al fine di evitare la contaminazione accidentale delle ferite dei pazienti, nonché per proteggere chi le porta da fiotti o schizzi di fluidi corporei. Esistono prove limitate della loro efficacia nel prevenire la trasmissione di virus influenzali quando indossate sia da persone infette, come barriera alla fonte del contagio, sia dai non infetti, per ridurre l’esposizione. La nostra revisione sistematica non ha riscontrato alcun effetto significativo delle mascherine sulla trasmissione dell’influenza accertata in laboratorio [6].
 
Anche gli autori di questo studio tengono a precisare che
 
i meccanismi di trasmissione da persona a persona nella comunità non sono pienamente determinati. Rimangono controversie sul ruolo del contagio tramite microparticelle di aerosol. La trasmissione per contatto indiretto richiede il trasferimento di virus attivi dalla mucosa respiratoria alle mani o altre superfici, la sopravvivenza su queste superfici, nonché la successiva inoculazione nella mucosa respiratoria di un’altra persona. Nessuna di queste componenti della dinamica del contagio è stata ampiamente studiata. Anche l’impatto di fattori ambientali sulla trasmissione dell’influenza è incerto. Queste incertezze sui modi e sui meccanismi basilari della trasmissione ostacolano l’ottimizzazione delle misure di controllo [7].
 

4. Autorità scientifiche poco autorevoli

Non è dato sapere con certezza se e in quale misura anche questa serie di importanti studi e meta-analisi, sebbene indisputabilmente “riconosciuti dalla comunità scientifica accreditata”, siano stati (cito dalla sua lettera) “oggetto d’attenzione del Comitato Tecnico Scientifico nell’elaborazione delle linee guida e protocolli operativi”, poiché la notevole opacità in merito alle discussioni e alle deliberazioni di quell’organo non consente di esprimere valutazioni accurate. D’altronde lo stesso comitato tecnico-scientifico e le principali autorità sanitarie hanno già dato prova di prestare grande (se non esclusiva) attenzione a studi spesso non ancora pubblicati, dai profili formali e sostanziali molto discutibili (dosaggi di farmaci esageratamente elevati [8], reclutamento di pazienti nello stato avanzato della malattia, accertamento dell’esito non sempre su base laboratoriale ma solo sintomatica [9]) o addirittura al limite del fraudolento. Nei mesi scorsi è stato vietata la libera prescrizione di un farmaco in uso da decenni – e adoperato con successo anche da primari, italiani e non, per curare malati di Covid nella cosiddetta “prima ondata” – appena pochi giorni dopo la pubblicazione di uno studio [10] che è stato oggetto di immediate perplessità e critiche nel mondo medico. Nonostante la rivista «The Lancet» abbia ritirato dopo neanche due settimane lo studio, definito con sconcerto e imbarazzo dal direttore Richard Horton come “un esempio scioccante di negligenza professionale nel mezzo di un’emergenza sanitaria globale” [11], in Italia solo l’intervento in queste ore del Consiglio di Stato a seguito di un ricorso di alcuni medici di base ha interrotto quella che Palazzo Spada ha definito una “irragionevole sospensione” dell’utilizzo del farmaco. Una svista può capitare a chiunque, ma il rifiuto ostinato di emendarla non depone a favore della buona fede di chi l’ha commessa e ne mina profondamente la credibilità.
Di fronte poi a dichiarazioni paradossali come quella di un illustre membro del comitato tecnico-scientifico  (Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria), il quale a ottobre caldeggiava l’adozione di un nuovo obbligo relativo alle mascherine liquidando come non importante l’esigenza di chiarire se il provvedimento “scientificamente ha senso oppure no” [12], è chiaro che diventa indispensabile valutare con attenzione e spirito critico la fondatezza delle linee guida e dei protocolli operativi, accantonando invece principi di autorità fallaci che oltretutto non dovrebbero mai avere cittadinanza a scuola, se questa istituzione non ha smarrito l’ambizione di formare persone e cittadini liberi e consapevoli.
Non ritengo irragionevole sostenere pertanto che, nel contesto della perdurante incertezza e contraddittorietà emergente dalla letteratura scientifica (riflessa nell’ampia varietà di approcci suggeriti dalle commissioni consultive nei diversi stati, a meno che non si assuma a priori la superiore scientificità di alcune rispetto ad altre), la crescente radicalità di misure sempre più invasive risulta piuttosto stonata. Varrebbe forse la pena di riflettere se, su un piano più generale, gli “estremismi” non giungano tanto da chi, insieme con numerosi medici, richiama l’attenzione sui fondamenti lacunosi e sugli aspetti potenzialmente dannosi di certi provvedimenti, quanto piuttosto da coloro che con granitica sicurezza, o talvolta sicumera, li propagandano e ne reclamano l’applicazione inflessibile. Una maggiore moderazione, volta a consigliare e a informare correttamente e sobriamente piuttosto che a estendere in maniera indiscriminata obblighi e sanzioni, sarebbe probabilmente più adeguata ed efficace in virtù di un’attenta valutazione del rapporto tra benefici incerti e rischi non ancora studiati a dovere [13].
    

5. I rischi

I margini di rischio infatti esistono e sono riconosciuti sia in letteratura [14] sia dalle stesse agenzie di controllo come l’ECDC, il quale ricorda che “le raccomandazioni sull’uso delle mascherine in pubblico dovrebbero tenere attentamente in considerazione le lacune a livello delle prove, la situazione dell’offerta e i potenziali effetti collaterali”. Esiste infatti la possibilità che “la rimozione impropria della mascherina, la manipolazione di una mascherina contaminata o una maggiore tendenza a toccare il viso mentre si indossa una mascherina da parte di persone sane possano effettivamente aumentare il rischio di trasmissione”. L’ECDC raccomanda a questo proposito di “pulire le mani con acqua e sapone o disinfettante a base di alcool prima di indossare e togliere la mascherina. Quando si toglie la mascherina, toglierla da dietro, evitando di toccare il lato anteriore. Smaltire la mascherina in modo sicuro se è monouso” [15].
Il progressivo ampliamento degli obblighi relativi ai dispositivi di protezione delle vie respiratorie (un’estensione che si applica sia alla durata sia agli ambiti di utilizzo) è però inversamente proporzionale alla possibilità di impiegare questi strumenti in modo corretto e proficuo, poiché moltiplica enormemente le occasioni di incorrere in cattive pratiche. Alzare e abbassare la mascherina, riporla e rimetterla in svariate occasioni, non sostituirla più volte al giorno (oppure farlo senza lavarsi le mani prima e dopo), toccarne le superfici, smaltirla impropriamente sono tutti comportamenti sbagliati che però diventano di fatto inevitabili quando si è costretti a portare le mascherine per molte ore consecutive, in luoghi e circostanze radicalmente diversi da quelli per cui sono state concepite (ad esempio le sale operatorie, dove “l’umidità e la temperatura sono regolate con precisione e l’ossigeno viene compensato con un flusso opportunamente monitorato, rispettando rigidi standard di sicurezza”, come ricordano i quasi 700 medici firmatari di una lettera aperta alle autorità e ai media belgi [16]). Per quanto strano possa sembrare, data la visibilità pressoché nulla di questo fenomeno al di fuori della cerchia degli specialisti, da almeno vent’anni si è persino riaperto un dibattito nella comunità medica sulla fondatezza dell’uso delle mascherine in sala operatoria e sulla eventuale possibilità di sostituirle con altri dispositivi o pratiche più efficaci [17].
Se dunque uno strumento per cui le prove di efficacia sono carenti e “contrastanti” viene adoperato in maniera così impropria come avviene normalmente in contesti di comunità, è prevedibile che il rapporto tra benefici e rischi si sbilanci a favore di questi ultimi. Dubito che qualcuno possa affermare di rispettare scrupolosamente, nella routine quotidiana, tutte le prescrizioni volte a evitare che le nostre mascherine si tramutino in vere e proprie piastre di Petri, terreno di coltura per batteri e virus, i quali sembrano resistere particolarmente a lungo sulle fibre delle protezioni respiratorie. Una ricerca pubblicata su «Lancet Microbe» nel maggio 2020 ha rinvenuto tracce virali attive di SARS-CoV-2 sulla superficie esterna delle mascherine fino a 7 giorni dopo l’iniziale inoculazione [18]. Negli stessi giorni di maggio, in una lettera indirizzata al «British Medical Journal», il professor Antonio Ivan Lazzarino, epidemiologo e direttore di EPISTATA (Agency for Clinical Research and Medical Statistics), spiegava che
 
l’efficacia dell’immunità innata è altamente dipendente dalla carica virale. Se le mascherine determinano un habitat umido nel quale il SARS-CoV-2 può rimanere attivo, in virtù dei vapori continuamente prodotti dalla respirazione, ed essere catturato nel tessuto delle mascherine stesse, queste provocano un aumento della carica virale (attraverso la reinalazione dei virus esalati), producendo pertanto la neutralizzazione dell’immunità innata e un aumento delle infezioni [19].
 
In un contesto caratterizzato dalla mancanza di una quantità sufficiente di dati relativi alla presenza di patogeni sulla superficie delle mascherine, uno studio condotto tra il 2017 e il 2018 in tre ospedali di Pechino ha evidenziato che il rischio di contaminazione era associato non solo al numero dei pazienti visitati, ma anche all’uso prolungato delle mascherine chirurgiche [20]. Sulla base di questi risultati, gli autori dell’articolo concludevano che i protocolli dovrebbero fissare un limite massimo per l’uso continuativo di questi dispositivi [21], non da ultimo perché la maggior parte del personale sanitario coinvolto nello studio aveva riportato almeno un problema legato all’utilizzo della mascherina, tra cui difficoltà respiratorie (12,2%, 18 partecipanti su 148) e mal di testa (6,1%, 9 partecipanti su 148) [22].

 
6. A Modest Proposal

Dato che disponiamo al momento di dati del tutto insufficienti anche in merito alla controversa questione dell’eccessivo accumulo di anidride carbonica (ipercapnia) e dell’eventuale carenza di ossigeno (ipossia) dovute alla reinalazione dei gas esalati all’interno di una mascherina, io sottopongo a lei – anche nella sua veste di responsabile della sicurezza ex articolo 2, comma 1, lettera d) del D. lgs. 81/2008 – una “modesta proposta” che potrebbe contribuire in maniera pragmatica, attraverso il metodo sperimentale, a dissipare almeno alcuni dei dubbi al riguardo.
Si tratterebbe di promuovere in ambito scolastico, su base volontaria, un semplice test a campione che consiste nel misurare, con l’ausilio di un saturimetro, l’eventuale variazione della concentrazione di ossigeno nel sangue all’inizio e alla fine di un lasso di tempo stabilito, durante il quale la mascherina dovrà essere indossata senza soluzione di continuità (per esempio tra due intervalli o all’entrata e all’uscita dall’aula). Verranno quindi confrontate le misurazioni delle persone che usano mascherine chirurgiche, FFP2 o nessuna mascherina. Se quest’ultimo caso non è per lei accettabile, le misurazioni senza mascherina potranno essere effettuate a casa. I saturimetri sono strumenti economici, semplici da usare e niente affatto invasivi, che tra l’altro si rivelano particolarmente utili in caso di sintomatologia suggestiva di Covid-19 per tenere sotto controllo in autonomia la concentrazione di ossigeno nel sangue. Dovrebbe liberamente dotarsene solo chi, tra gli studenti e il personale scolastico, desidera effettuare il test, oppure potrebbe fornirli l’Istituto stesso, che ne acquisterebbe alcuni esemplari con un esborso insignificante rispetto alle somme spese per adeguarsi alle nuove normative anti-Covid e per sostituire le LIM con i nuovi maxi-schermi. Esperimenti analoghi sono stati condotti ad esempio su 53 chirurghi di ospedali turchi [23], su persone sane sottoposte al test del cammino in sei minuti con mascherina [24] e sono attualmente in corso ad opera di una équipe di cui fa parte anche un medico della nostra provincia con il quale, se lo desidera, posso metterla in contatto.
A questo test si possono affiancare delle misurazioni effettuate con un rilevatore portatile di CO2, il cui sensore verrà tenuto per un certo tempo all’interno della mascherina, controllando così se e in quale misura vi si verificano innalzamenti del livello di anidride carbonica. Le principali agenzie di controllo delle sostanze chimiche (come l’europea ECHA [25]) e quelle che tutelano la sicurezza sui luoghi di lavoro (la statunitense OSHA [26]) fissano attualmente a 5000 ppm per una durata non superiore alle 8 ore la soglia massima consentita di esposizione all’anidride carbonica. Ciononostante, la letteratura scientifica documenta ampiamente che anche concentrazioni inferiori per tempi ben più brevi producono alterazioni fisiologiche, cognitive e psicomotorie significative,  come spiega una dettagliata revisione critica di 99 articoli peer-reviewed (selezionati da un bacino iniziale di 1475 articoli) pubblicati tra il 1950 e il 2018 e disponibili sulle principali banche dati di ricerca (PubMed, Google Scholar, CiNii e J-Dream III) [27]. A mero titolo esemplificativo, segnalo che uno studio su 355 studenti universitari ha mostrato che una maggiore insorgenza di cefalee era legata in maniera esclusiva a un aumento della CO2 entro le 1500 ppm, indipendentemente da altri fattori ambientali quali la temperatura, l’umidità relativa e il tasso di ricambio dell’aria [28]. Dalla stessa soglia fino a 3000 ppm (concentrazioni presenti, in determinate condizioni, persino in alcune aule scolastiche [29]) è stata osservata una riduzione sempre più marcata delle capacità di prendere decisioni, di utilizzare le informazioni e di eseguire compiti complessi [30].
Negli ultimi anni i nostri ragazzi sono stati molto sensibilizzati sui problemi derivanti da un accumulo eccessivo di CO2 nell’atmosfera, che è stato uno dei temi al centro delle loro numerose manifestazioni. È paradossale che ora vengano obbligati a trascorrere intere giornate scolastiche respirando abbondanti quantità della sostanza per la cui riduzione si erano battuti, e che in questo modo siano dimenticate all’improvviso le precedenti rivendicazioni, così come il problema dei rifiuti non riciclabili sembra di colpo venuto meno di fronte all’enorme mole di mascherine gettate ogni giorno o disperse nell’ambiente.
 
Allorché l’affastellarsi di decreti, ordinanze e circolari mal scritti, ambigui e non rispettosi della gerarchia delle fonti del diritto rende di fatto inevitabile il ricorso alla discrezionalità amministrativa, sarebbe auspicabile che questa facoltà non venisse adoperata conformandosi semplicemente alla prevalente tendenza a imporre misure sempre più restrittive, soprattutto se queste ultime – come ho cercato di mostrarle proprio mediante gli studi scientifici a cui, come da lei affermato, “possiamo far riferimento” in quanto “hanno trovato riconoscimento nella comunità scientifica accreditata” – non sono supportate da evidenze chiare, complete e condivise, a fronte invece di rischi sottovalutati o del tutto ignorati. Se il principio di precauzione, di cui nell’incertezza si ritiene che sia meglio abbondare per tutelare se stessi e gli altri, è informato a una visione ristretta e parziale come quella che intende salvaguardare la salute garantendo la mera “assenza di [una sola] malattia” invece del “completo benessere fisico, mentale e sociale” (preambolo alla Costituzione dell’OMS [31]), i rimedi adottati si riveleranno quasi certamente peggiori del male che si pretende di curare.
 
Valentina Miola
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NOTE

[1] ECDC, Relazione tecnica. Uso delle mascherine in pubblico. Riduzione della trasmissione di Covid-19 da persone potenzialmente asintomatiche o presintomatiche mediante l’uso di mascherine, 9 aprile 2020 (https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/Use%20of%20face%20masks%20in%20the%20community_IT.pdf).
[2] “Ten RCTs were included in the meta-analysis, and there was no evidence that face masks are effective in reducing transmission of laboratory-confirmed influenza […]. In the pooled analysis, although the point estimates suggested a relative risk reduction in laboratory-confirmed influenza of 22% (RR: 0.78, 95% CI: 0.511.20, I2=30%, P=0.25) in the face mask group, and a reduction of 8% in the face mask group regardless of whether or not hand hygiene was also enhanced (RR: 0.92, 95% CI=0.751.12, I2=30%, P=0.40), the evidence was insufficient to exclude chance as an explanation for the reduced risk of transmission”. World Health Organization, Non-Pharmaceutical Public Health Measures for Mitigating the Risk and Impact of Epidemic and Pandemic Influenza, 2019, p. 26 (https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/329438/9789241516839-eng.pdf). Per un approfondimento sui metodi e sugli studi esaminati, cfr. l’appendice (Report of Systematic Literature Reviews), pp. 21-26: https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/329439/WHO-WHE-IHM-GIP-2019.1-eng.pdf.
[3] “There is a striking paucity of published studies with microbiologically proven influenza infection as an outcome; inclusion of laboratory outcomes is essential in any future study of masks ⁄ respirators on transmission of influenza”. Faisal bin-Reza et al., The Use of Masks and Respirators to Prevent Transmission of Influenza: a Systematic Review of the Scientific Evidence, «Influenza and Other Respiratory Viruses» 6 (2012), pp. 257-267 (262, 266): https://doi.org/10.1111/j.1750-2659.2011.00307.x.
[4] Jingyi Xiao et al., Nonpharmaceutical Measures for Pandemic Influenza in Nonhealthcare Settings-Personal Protective and Environmental Measures, «Emerging Infectious Diseases» 26 (2020), pp. 967-975 (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7181938/; https://dx.doi.org/10.3201%2Feid2605.190994). Si veda anche l’Appendice, pp. 13-19 (https://wwwnc.cdc.gov/eid/article/26/5/19-0994-techapp1.pdf).
[5] “The use of face masks either by infected persons or by uninfected persons does not have a substantial effect on influenza transmission”. Xiao et al., Nonpharmaceutical Measures cit., p. 968.
[6] “Disposable medical masks (also known as surgical masks) are loose-fitting devices that were designed to be worn by medical personnel to protect accidental contamination of patient wounds, and to protect the wearer against splashes or sprays of bodily fluids. There is limited evidence for their effectiveness in preventing influenza virus transmission either when worn by the infected person for source control or when worn by uninfected persons to reduce exposure. Our systematic review found no significant effect of face masks on transmission of laboratory-confirmed influenza”. Ivi, p. 971. Cfr. il sito della U. S. Food and Drug Administration (FDA), alla sezione Surgical Masks: https://www.fda.gov/medical-devices/personal-protective-equipment-infection-control/n95-respirators-surgical-masks-and-face-masks#s2.
[7] “It is essential to note that the mechanisms of person-to-person transmission in the community have not been fully determined. Controversy remains over the role of transmission through fine-particle aerosols. Transmission by indirect contact requires transfer of viable virus from respiratory mucosa onto hands and other surfaces, survival on those surfaces, and successful inoculation into the respiratory mucosa of another person. All of these components of the transmission route have not been studied extensively. The impact of environmental factors, such as temperature and humidity, on influenza transmission is also uncertain. These uncertainties over basic transmission modes and mechanisms hinder the optimization of control measures”. Xiao et al., Nonpharmaceutical Measures cit., p. 972.
[8] È il caso dei trials “RECOVERY” e “SOLIDARITY”. V. rispettivamente David R. Boulware et al., A Randomized Trial of Hydroxychloroquine as Postexposure Prophylaxis for Covid-19, «The New England Journal of Medicine», 3 giugno 2020 (https://dx.doi.org/10.1056%2FNEJMoa2016638); Hongchao Pan et al., Repurposed Antiviral Drugs for COVID-19 – Interim WHO SOLIDARITY Trial Results, medRxiv preprint, vers. 15 ottobre 2020 (https://doi.org/10.1101/2020.10.15.20209817).
[9] RECOVERY trial (Boulware et al., A Randomized Trial of Hydroxychloroquine cit., p. 3).
[10] Mandeep R. Mehra et al., Hydroxychloroquine or Chloroquine with or Without a Macrolide for Treatment of COVID-19: a Multinational Registry Analysis, «The Lancet», 22 maggio 2020 (https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)31180-6).
[11] “This is a shocking example of research misconduct in the middle of a global health emergency”. Sarah Boseley and Melissa Davey, Covid-19: Lancet Retracts Paper that Halted Hydroxychloroquine Trials, «The Guardian», 4 giugno 2020 (https://www.theguardian.com/world/2020/jun/04/covid-19-lancet-retracts-paper-that-halted-hydroxychloroquine-trials).
[12] «L’obbligo di indossare la mascherina all’aperto è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità». Margherita De Bac, Covid, Villani (Cts): «Non siamo al dramma, possiamo fermare l’epidemia», «Corriere della Sera», 7 ottobre 2020: https://www.corriere.it/cronache/20_ottobre_07/covid-villani-cts-non-siamo-dramma-possiamo-fermare-l-epidemia-de3d043c-08c7-11eb-ab0e-c425b38361b4.shtml.
[13] Cfr. quanto scrive il medico Alberto Donzelli nell’articolo Mascherine “chirurgiche” in comunità/all’aperto: prove di efficacia e sicurezza inadeguate, Epidemiologia&Prevenzione Repository (https://repo.epiprev.it/1607): “Ulteriori estensioni degli obblighi d’uso andrebbero preceduti da ricerche valide (RCT pragmatici) indipendenti, che consentano di stabilire un bilancio netto tra benefici attesi e possibili danni di misure obbligatorie da adottare”.
[14] V. ad esempio Christiane Matuschek et al., Face Masks: Benefits and Risks During the COVID‐19 Crisis, «European Journal of Medical Research» 25 (2020), in particolare pp. 4-7 (https://doi.org/10.1186/s40001-020-00430-5).
[15] ECDC, Uso delle mascherine in pubblico cit., p. 3.
[16] Lettera aperta di medici e professionisti sanitari a tutte le autorità belghe e a tutti i media belgi, 5 settembre 2020 (https://docs4opendebate.be/it/lettera-aperta/).
[17] A titolo esemplificativo, v. Marc G. Romney, Surgical Face Masks in the Operating Theatre: Re-examining the Evidence, «Journal of Hospital Infection» 47 (2001), pp. 251-256 (https://doi.org/10.1053/jhin.2000.0912); Kate Woodhead et al., Behaviours and Rituals in the Operating Theatre: A Report from the Hospital Infection Society Working Party on Infection Control in Operating Theatres, «Journal of Hospital Infection» 51 (2002), pp. 241-255 (https://doi.org/10.1053/jhin.2002.1220); Joan Webster et al., Use of Face Masks by Non-Scrubbed Operating Room Staff: a Randomized Controlled Trial, «ANZ Journal of Surgery» 80 (2010), pp. 169-173 (https://doi.org/10.1111/j.1445-2197.2009.05200.x); Matthew Bartek, Francis Verdial, Evan Patchen Dellinger, Naked Surgeons? The Debate About What to Wear in the Operating Room, «Clinical Infectious Diseases» 65 (2017), pp. 1589-1592 (https://dx.doi.org/10.1093%2Fcid%2Fcix498).
[18] Alex W. H. Chin et al., Stability of SARS-CoV-2 in Different Environmental Conditions, «Lancet Microbe» 1 (2020), p. e10 (https://doi.org/10.1016/s2666-5247(20)30003-3). V. anche Supplementary Appendix, pp. 1, 7 (https://www.thelancet.com/cms/10.1016/S2666-5247(20)30003-3/attachment/cb3624c2-996e-4202-a337-5cf60df1021e/mmc1.pdf).
[19] “The innate immunity’s efficacy is highly dependent on the viral load. If masks determine a humid habitat where SARS-CoV-2 can remain active because of the water vapour continuously provided by breathing and captured by the mask fabric, they determine an increase in viral load (by re-inhaling exhaled viruses) and therefore they can cause a defeat of the innate immunity and an increase in infections”. Antonio Ivan Lazzarino et al., Covid-19: Important Potential Side Effects of Wearing Face Masks that We Should Bear in Mind, «British Medical Journal», 21 maggio 2020, p. 369: https://doi.org/10.1136/bmj.m2003.
[20] “The risk of mask contamination was associated with duration of masks use and number of patients seen”. Abrar Ahmad Chughtai et al., Contamination by Respiratory Viruses on Outer Surface of Medical Masks Used by Hospital Healthcare Workers, «BMC Infectious Diseases» 19 (2019), p. 5 (https://doi.org/10.1186/s12879-019-4109-x).
[21] “Protocols on duration of mask use should specify a maximum time of continuous use”. Ivi, p. 7.
[22] V. ivi, pp. 4-5. Sugli effetti indesiderati di un uso prolungato delle mascherine, cfr. Jian Hua Zhu et al., Effects of Long-Duration Wearing of N95 Respirator and Surgical Facemask: A Pilot Study, «Journal of Lung, Pulmonary & Respiratory Research» 1 (2014), pp. 97-100 (https://dx.doi.org/10.15406/jlprr.2014.01.00021).
[23] Alper Beder et al., Preliminary Report on Surgical Mask Induced Deoxygenation During Major Surgery, «Neurocirugía» 19 (2008), pp. 121-126 (https://doi.org/10.1016/S1130-1473(08)70235-5).
[24] E. Person et al., Effet du port d’un masque de soins lors d’un test de marche de six minutes chez des sujets sains, «Revue des Maladies Respiratoires» 35 (2018), pp. 264-268 (https://doi.org/10.1016/j.rmr.2017.01.010).
[25] ECHA (European Chemicals Agency), Occupational Exposure Limits – 2nd List – Indicative OELVs, voce Carbon Dioxide, ultimo aggiornamento: 23 novembre 2020 (https://echa.europa.eu/indicative-oelvs-dir-2006-15).
[26] OSHA (Occupational Safety and Health Administration), Occupational Chemical Database, sez. Carbon Dioxide (https://www.osha.gov/chemicaldata/chemResult.html?RecNo=183).
[27] Kenichi Azuma et al., Effects of Low-Level Inhalation Exposure to Carbon Dioxide in Indoor Environments: a Short Review on Human Health and Psychomotor Performance, «Environment International» 121 (2018), pp. 51-56 (https://doi.org/10.1016/j.envint.2018.08.059). Cfr. la discussione bibliografica in X. Zhang, P. Wargocki, Z. Lian, Physiological Responses During Exposure to Carbon Dioxide and Bioeflluents at Levels Typically Occurring Indoors, «Indoor Air» 27 (2017), pp. 65-77 (65-67): https://doi.org/10.1111/ina.12286.
[28] Dan Norbäck, Klas Nordström, Sick Building Syndrome in Relation to Air Exchange Rate, CO2, Room Temperature and Relative Air Humidity in University Computer Classrooms: an Experimental Study, «International Archives of Occupational and Environmental Health» 82 (2008), pp. 21-30 (https://doi.org/10.1007/s00420-008-0301-9).
[29] Usha Satish et al., Is CO2 an Indoor Pollutant? Direct Effects of Low-to-Moderate CO2 Concentrations on Human Decision-Making Performance, «Environmental Health Perspectives» 120 (2012), pp. 1671-1677 (1675): http://dx.doi.org/10.1289/ehp.1104789.
[30] Joseph G. Allen et al., Associations of Cognitive Function Scores with Carbon Dioxide, Ventilation, and Volatile Organic Compound Exposures in Office Workers: A Controlled Exposure Study of Green and Conventional Office Environments, «Environmental Health Perspectives» 124 (2016), pp. 805-812 (https://dx.doi.org/10.1289/ehp.1510037); Joseph G. Allen et al., Airplane Pilot Flight Performance on 21 Maneuvers in a Flight Simulator Under Varying Carbon Dioxide Concentrations, «Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology» 29 (2019), pp. 457-468 (https://doi.org/10.1038/s41370-018-0055-8).
[31] “Health is a state of complete physical, mental and social well-being and not merely the absence of disease or infirmity” (https://www.who.int/about/who-we-are/constitution).
Commenti   
0 # RE: Un caso di scuola - Lettera aperta a un presideDavide Romano 2020-12-15 18:39
AGGIORNAMENTO. L'unica risposta a questa lettera sono state le poche righe seguenti:

"Non dislungandomi su questioni non afferenti al mio ruolo Le ricordo che sia Lei che Sua figlia dovete rispettare quanto previsto dalla circolare indirizzata agli studenti e genitori [...] che riporto testualmente" (segue circolare).

Ecco dove finisce il "pensiero critico" tanto sbandierato a scuola, tempio dell'antifascismo d'accatto. Chi lo esercita davvero si sente rispondere con un semplice richiamo all'ordine e alla disciplina, senza uno straccio di argomentazione, senza una risposta alle questioni poste e alle proposte presentate.
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