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Lo spettacolo delle bare sui camion militari, l'overdose quotidiana di ansia somministrata dalla televisione, gli ospedali ridotti a pietose trincee alle prese con una disfatta catastrofica. L'Italia in preda al panico sembra una drammatica finestra sul mondo, a sua volta travolto dall'apocalisse. Si assiste a un crescente delirio di paura e caos, voci contraddittorie, misure d'emergenza, accuse incrociate e sospetti. Storie di ordinaria follia, ormai, dilatate dalle dimensioni di un'enormità dilagante, intercontinentale, in apparenza inarrestabile, di fronte a cui qualsiasi ragionevole constatazione - i tagli alla sanità, riflesso criminale dell'infame scure neoliberista - rischia di perdere il suo impatto decisivo, addirittura storico. E appaiono sempre più surreali, oggi, le perduranti divisioni geopolitiche tra l'Impero del Mare e l'Eurasia, gli opposti sistemi di governance messi a dura prova dal cosmopolitismo biologico del virus: di qua una post-democrazia imperiale e militarizzata, aggressiva e manipolatrice, svuotata di sovranità e dominata dalle fake news di regime; di là un autoritarismo arcaico, apertamente brutale, che per ora fa a meno della finzione democratica.

Chi ha ridotto le elezioni a una semplice recita, del cui carattere tristemente farsesco l'Europa ha dato infinite prove, trasformando gli ex cittadini in sudditi (quasi come i cinesi di Wuhan, ma senza nessun boom economico nei paraggi), non è che oggi possa salire comodamente in cattedra. Infatti li vediamo all'opera, i proconsoli del potere invisibile: ieri esibivano tranquillità e oggi rinchiudono popoli interi agli arresti domiciliari. Proprio come la guerra, il maledetto virus - sfuggito a laboratori o rilasciato di proposito? - non lascia il tempo di pensare; sottrae terreno ai torti e alle ragioni, e impone una sua agenda spietata, pericolosa e frettolosa, fondata sull'urgenza eppure sempre fatalmente tardiva, insufficiente, erronea e imprecisa, dettata dall'angoscia. Tutti i politici - nessuno escluso - sembrano pugili suonati, travolti dagli eventi: procedono a tentoni, rifugiandosi nello stato d'emergenza, in attesa di capire (insieme a sette miliardi di persone) cosa stia accadendo veramente, con quali conseguenze, e dove andrà a finire tutto quanto - l'economia globalizzata, la finanza, la società, la nostra stessa antropologia - quando l'ondata biblica del Covid avrà cessato di terrorizzare americani ed europei, russi e cinesi, sempre che un giorno se ne possa uscire veramente, senza cioè l'instaurazione di un regime orwelliano di polizia sanitaria universale.

Davvero, il virus sembra aver tolto il tempo anche all'oligarchia nemica dell'Europa, smascherata dalla disfatta: da un lato accade qualcosa di inimmaginabile, visto che crolla in poche ore il muro dell'austerity (su cui s'erano crocifisse milioni di persone, condannate a subire ogni deprivazione per volere divino); dall'altro, gli stessi decisori - colti in contropiede - tendono ad agitarsi in ordine sparso, senza un piano preciso, in preda al caos. E' la paura, comunque, a dirigere le loro mosse: sanno benissimo di perdere la faccia, se oggi ammettono di colpo che si possono spendere fantastiliardi (fabbricandoli al computer); sono gli stessi soldi salva-vita e salva-nazioni che fino a ieri erano sempre stati ostinatamente rifiutati, ferocemente negati persino per le cure ospedaliere dei bambini greci. E' davvero l'apocalisse dell'Unione Europea. E sarebbe un fatto di per sé incommensurabile, nella sua portata, se non fosse che l'alieno - il virus - già provvede a rimpicciolire anche l'Europa con le sue miserie, costringendo tutti a spalancare gli occhi sulla scioccante rivelazione planetaria della fragilità del nostro sistema interconnesso, che ha abolito i dazi ma non la povertà, non l'ingiustizia e la violenza, non la guerra.

Si è costretti ad allargare l'orizzonte mentale «quando, spenta ogni lampada, la sardana si farà infernale», avvertiva nel dopoguerra il "Piccolo testamento" di Montale, tra i cupi bagliori - allora vicinissimi - della memoria del finimondo hitleriano. Non conta che il dannato coronavirus, in fondo, possa essere "una specie di influenza", forsennatamente enfatizzata, a valanga, dalla voragine in cui annaspano virologi televisivi, politici mediocri e media reticenti e avvezzi alla menzogna. E' decisamente più ragguardevole l'infinita dismisura del problema, o meglio della sua percezione. Usò il termine occitanico "desmesura" il conte di Tolosa, nel denunciare la ferocia dell'esercito cattolico nella Crociata Albigese: la dismisura come perdita del senso delle proporzioni; come emergenza culturale e cognitiva, prima ancora che militare, logistica, politica. Dismisura orizzontale (geografica, globale) e dismisura verticale: non c'è più tempo, si disperano i medici lasciati senza protezioni, medicinali, respiratori e posti letto.

Non c'è più tempo negli ospedali lombardi, ma non c'è mai stato così tanto tempo - nelle case, trasformate in prigioni - per pensare a cosa sta succedendo, veramente. Solo ieri, i neuroni erano interamente invasi da faccende dal tenore imbarazzante, da fascismi ipotetici e xenofobie immaginarie, da personaggi come Greta e Carola Rackete, dall'encefalogramma piatto delle Sardine, dalle citofonate di Salvini. Mesi sprecati a discettare sul nulla, mobilitando tifoserie e isterie da ultimi giorni dell'umanità, mentre l'alieno si stava silenziosamente avvicinando, per poi intasare in un battibaleno le residue terapie intensive. Non che lo sguardo oltre l'Italia e l'Europa sia rassicurante: l'alternativa agli imperatori della Russia e della Cina pare affidata al derby tra l'increscioso Trump e l'incolore Biden. Tengono ancora banco vecchi slogan, mentre si fanno pascolare carri armati nelle praterie polacche e il cielo torna stranamente terso, dopo decenni di scie bianche. La sensazione è che la dismisura dell'alieno - chiunque sia, da qualunque parte sia arrivato - avrà l'ultima parola, se sarà riuscito a toglierci l'unica risorsa capitale che ci resta: il tempo.

(Giorgio Cattaneo, 21 marzo 2020)
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