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L’Antica Grecia aveva intuito che il modo migliore per allontanare la tragedia dalla vita quotidiana fosse quello di rappresentarla innanzi ai cittadini sotto forma di opera d’arte.

Nacque il teatro, che per mezzo del dramma, portava alla luce di una coscienza collettiva ciò che era celato nell’inconscio, ciò che era inconfessabile e turpe, ma che premeva per essere liberato.

Nel teatro si libera il tragico e nello stesso tempo lo si contiene riducendone il potere nefasto. Oggi la tragedia e il suo aspetto catartico sembrano relegati ai libri di storia, una storia che non ci appartiene più.

Oggi si preferisce ridere e rappresentare la vita nei suoi aspetti grotteschi ed ecco spuntare fuori gli Zalone che ricalca, in modo decisamente furbesco ed intelligente, le orme dei Vanzina e delle loro commedie dozzinali che accontentano un pubblico sempre più inconsapevole e sempre meno esigente.

Ma cosa si cela dietro la risata? Mi verrebbe da dire che dietro la risata si nasconde la tragedia appunto, pronta a colpirci alle spalle come il più vile dei congiurati, lasciandoci a terra, increduli e feriti a morte.

In fondo sarà proprio “una risata che ci seppellirà…” perché il senso tragico dell’esistenza, per quanti sforzi si faccia per evitarlo, è tutt’atro che scomparso dalle nostre vite e oggi assume vari volti:

quello dello straniero “invasore”, quello del razzista, quello dell’assassino per noia, dell’ubriaco al volante, del truffatore impunito, del politico corrotto, ecc… e di una non ancora definita rabbia impotente, figlia di una collettività sempre più amorfa e senza bandiera…

Ecco quindi che arriva il Totem del Consumismo con il suo circo di divertimenti isterici; il “vitello d’’oro” sacrilego che si propone, con il suo effimero scintillio, di esorcizzare i vissuti tragici attraverso il consumo di oggetti.

Potrebbe anche andare bene se il “consumo” fosse risolutivo di tutte le angosce della post-modernità, traghettando la coscienza verso la quiete;
in realtà è qui che inizia la fine, perché il consumo finisce lentamente per consumarci.

Mi viene in mente la ‘Fame dello Zanni’ di Dario Fo che rappresenta un cuoco famelico che nella scena finale comincia a mangiare anche parte di se stesso. Sarà questa la nostra tragedia? Finire divorati da un appetito senza coscienza, da un desiderio confuso con un bisogno?

La Tragedia oggi sembra essersi trasferita dalla rappresentazione teatrale alla vita, creando un rifiuto per tutto ciò che ce la ricorda con una perenne insoddisfazione di fondo.

La perdita del senso tragico dell’esistenza non rappresenta un’evoluzione, ma la perdita del senso stesso del vivere.
Un blocco psicologico che impedisce ogni possibilità di riscatto, affossando con esso quel senso di reciprocità su cui si fonda il rispetto e l’empatia.

Largo quindi al cinismo, all’invettiva, alla disonestà che secondo Stendhal non albergava nella “gente da poco”, come a voler sottolineare che per ambire alla santità sia necessario fare i conti con un’antecedente condizione dannata.

Allora ecco la necessità di ospitare la tragedia nelle coscienze e condividerla nel rito collettivo e catartico della sua rappresentazione in modo che siano disinnescati i desideri egocentrici ed egoistici.  



(Articolo del 15 Aprile 2016)
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