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Antonio Avigliano del Dipartimento Geopolitica & Difesa in questa  interessantissima anteprima, atta a capire di cosa parleremo successivamente, analizza dal punto di vista tecnico/energetico cos'è Eastmed, forse il gasdotto in prospettiva più interessante e strategico per l'italia, che potrà contrubuire all'indipendenza energetica della nazione. In una successiva analisi, tra qualche giorno approfondiremo le implicazioni geopolitiche per l'Italia e per l'intera area.


comment gas The East Med pipeline and possible connections 770x460 3ae2d
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Cos’è Eastmed?

EastMed, un progetto ambizioso e lungimirante, da molti definito come un “sogno moderno in una regione antica”. Prima di addentrarsi in quella che va delineandosi come un’analisi preliminare costi-benefici, è opportuno spiegare meglio di cosa si tratta.

EastMed è nella sua essenza un sistema di gasdotti on-offshore finalizzato a distribuire gas naturale presente in un complesso di giacimenti situato nella zona più orientale del Mar Mediterraneo, da cui il nome Eastern Mediterranean. Con una lunghezza complessiva di 1900 km ad una profondità che in alcuni punti raggiunge i 3 km al di sotto del livello del mare, EastMed si candida a pieno titolo a diventare il gasdotto sottomarino più lungo al mondo.

Stando ai primi studi condotti da IGI Poseidon SA (joint venture partecipata pariteticamente dalla greca Depa SA e dall’italiana Edison International Holding), azienda incaricata del progetto, si stima che EastMed sarà in grado di trasportare verso l’Europa circa 10 BCM di gas all’anno.

Partito nel lontano 2015, l’ultimo atto si è tenuto il 14 e il 15 Gennaio al Cairo: l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF) ha visto la partecipazione dei delegati diplomatici delle 7 nazioni coinvolte finora nel progetto. Si tratta di Egitto, Italia, Repubblica di Cipro, Grecia, Israele, Giordania e Palestina.

Obiettivo del summit eptapartitico, l’istituzionalizzazione di una cooperazione tra i diversi attori atta al perseguimento dello sviluppo e della stabilità a medio-lungo termine nella regione: la gestione condivisa delle risorse energetiche, in particolare riserve di gas naturale, come incentivo per la pace ed il progresso di una regione da tempo dilaniata da numerosi e dolorosi conflitti intestini.

Presenti al Forum, oltre che all’ambasciatore americano in Israele, David Friedman, alcuni rappresentanti dell’Unione Europea. Quest’ultima vede di buon occhio il progetto EastMed in quanto esso risulterebbe essere una delle vie verso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, tra i principali obiettivi dell’agenda di Bruxelles, e non solo…

A tal riguardo è opportuno sottolineare come il settore dell’energia stia attraversando anni decisivi che vedono un ruolo sempre più cruciale per il gas naturale, che secondo le stime dell’International Energy Agency entro il 2040 rappresenterà, dopo il petrolio, la seconda fonte energetica per consumo con un aumento della domanda globale pari al 45%, superando così il carbone. Questa risorsa è quindi candidata a rappresentare la fonte energetica più utilizzata durante la transizione mondiale che vedrà un progressivo abbandono dei combustibili fossili per favorire la ricerca e lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e sostenibili (solare fotovoltaico, eolico, geotermico ecc.).

Allo stato attuale l’approvvigionamento europeo poggia su 3 pilastri fondamentali: gas-fields situati nel Mare del Nord, Russia ed Africa. In particolare vale la pena menzionare le 4 “vie del gas” principali che corrono dal “Continente Nero” verso il Vecchio Continente: Trans-Mediterranean (Algeria-Italia), Greenstream (Libia-Italia), Magreb-Europe (Algeria-Spagna) e Medgaz (Algeria-Spagna). In questo contesto l’Italia e l’Europa intera dovrebbero cercare di diversificare le proprie fonti energetiche perché Algeria e Libia nei prossimi anni aumenteranno considerevolmente il consumo interno di energia riducendo notevolmente la loro capacità di esportazione.

Sull’altro versante invece, la Russia sarebbe disponibile ad aumentare le sue esportazioni verso l’Europa (tramite il mega-colosso Gazprom) senonché la Commissione stessa ha posto un veto alla realizzazione del gasdotto South-Stream (Russia-Mar Nero-Bulgaria). Questo perché si vuole ad ogni costo limitare il più possibile la dipendenza energetica da Mosca in un periodo storico caratterizzato da rapporti ambigui ed ambivalenti fra UE e Putin (con le incognite Trump-Erdoganiane all’orizzonte): attualmente la Russia “inonda” l’Europa tramite 4 vie principali, North-Stream, BlueStram, Yamal-Europe e Brotherhood (anche detta la trans-siberiana, quest’ultima con il neo di dover trapassare l’Ucraina e dunque passibile di “shutdown”).

In uno scenario come quello appena descritto assume immane importanza il Southern Gas Corridor, del quale la tanto dibattuta TAP (Trans-Adriatic pipeline), una volta terminata, risulta essere il terzo tassello. L’origine del gas in questione è il Mar Caspio dal quale parte una prima linea, la South-Caucasus o BTE, che a sua volta alimenta TANAP (Trans-Anatolian pipeline) per poi infine collegarsi alla sopracitata linea TAP.

Con i progetti NABUCCO West Gas e Qatar-Turchia fermi ad arenati, ecco che EastMed si rivelerebbe un magnifico “toccasana” per tutta l’Europa in termini di differenziazione energetica a breve-medio termine. Ecco spiegato l’entusiasmo dei commissari europei verso il disegno EastMed (basti pensare che la sopra citata IGI Poseidon SA ha ricevuto un cospicuo finanziamento da Bruxelles di circa 35 milioni di euro per lo studio di fattibilità di un così definito “Project of Common Interest”).

Dunque, stabilità geo-politica dell’area mediorientale combinata alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento europeo: un cocktail spumeggiante di argomentazioni a supporto di un progetto di così ampio respiro. Ma non è tutto qui.

A questo punto è doveroso fare considerazioni aggiuntive a tal riguardo per capire gli effettivi e papabili punti di debolezza del disegno euroasiatico.

I principali deterrenti nei confronti di EastMed possono essere ascritti a tre macro-categorie: attuabilità tecnico-temporale, sovrastima dell’effettiva capacità di alimentazione ed interferenze geopolitiche.

Basti pensare al collegamento tra il gas-field Tamar (uno dei grandi giacimenti nell’area del Mediterraneo Orientale) e la costa israeliana: un “affaire” tutto interno che in ogni caso ha preso circa 4 anni per la realizzazione di un gasdotto lungo poco meno di 90 km. Se si prendono per buone le stime più volte rese note dai vari primi ministri dei Paesi coinvolti, ossia 2025 come orizzonte temporale, subito ci si rende conto dell’eccessivo ottimismo nei confronti di un progetto “lungo” 1900 km. Come muterà nel frattempo il mercato energetico globale se le previsioni si riveleranno effettivamente erronee?

Al netto della recentissima scoperta (fine Gennaio 2019) di un nuovo giacimento nel Block 10 da parte di Exxon Mobil, identificato come “Glafkos” con una capacità compresa tra il 50 ed il 70% di Zohr, va assolutamente registrato come sia Cipro che Israele abbiano nel 2018 già firmato con l’Egitto (grazie ai recenti ottimi rapporti tra i rispettivi ministri dell’Energia, Lakkotrypis, Steinitz ed el-Molla) accordi di mega forniture di gas attraverso pipeline sottomarine. In particolare fa notizia il grande patto siglato nel Febbraio scorso tra Tel-Aviv ed il Cairo secondo il quale la compagnia petrolifera israeliana Delek Drilling fornirà, grazie ad un’infrastruttura già esistente che richiederà piccoli ammodernamenti, 15 miliardi di gas nei prossimi 10 anni all’Egitto. Quale gas? Quello dei due giacimenti più importanti della propria EEZ, ossia Tamar e Leviathan. Tale gas verrà convogliato verso i due mega impianti di liquefazione presenti sulle coste settentrionali egiziane, ossia Idku e Damietta LNG (discorso quasi analogo per il gas-field cipriota Aphrodite). Rimarrebbe Calypso, Glafkos (?) e poco altro. Dunque sorge spontanea la domanda: quale gas alimenterà il mega gasdotto EastMed?

L’ultimo fattore da analizzare è l’interferenza nel progetto da parte di due macro-attori, quali la Turchia Erdoganiana ed Hezbollah (ci soffermiamo in particolare sul primo).

Ankara, ufficialmente esclusa dal forum tenutosi al Cairo a metà Gennaio 2019, non intende subire passivamente l’emarginazione dal progetto. Erdogan ha dichiaratamente giurato guerra ad ogni tentativo di “estorsione” di risorse naturali nel Mediterraneo Orientale. La posizione è stata rimarcata con estrema chiarezza anche dal ministro dell’energia turco, Fatih Dolmez,: “La Turchia non accetterà mai decisioni ed azioni unilaterali nelle regione”. La linea di Ankara si è particolarmente inasprita anche a seguito delle dimissioni di Wess Mitchel, assistente al Dipartimento di Stato americano guidato da Mike Pompeo, strenuo difensore della Grecia e dell’autonomia-sovranità di Cipro.

Nonostante i tentativi di riconciliazione fra Nicosia ed Ankara, l’ultimo risalente al bilaterale tenutosi in terra cipriota fra Anastasiades ed il premier italiano Conte, secondo cui il ministro degli esteri Christodoulides ha invitato Dolmez a rinegoziare le delimitazioni delle rispettive EEZ sperando di dirimere definitivamente le controversie (auspicando un futuro ingresso della Turchia in EMGF), le rivendicazioni di Erdogan sono sfociate in vere e proprie provocazioni concrete al sistema EastMed.

Il 5 Febbraio scorso infatti la nave sismica turca BARBAROS BV (di proprietà della compagnia petrolifera TPAO, Turkish Petroleum Corporation), accompagnata dalla nave supporto APOLLO MOON, ha eseguito attività di esplorazione nel Block 9 della EEZ di Cipro (di ENI/Total). Attività che ha violato apertamente la sovranità cipriota e che ha messo in discussione tutta l'architettura di Eastmed. E' la prima volta che la Turchia svolge un'attività così "invasiva", grave come (se non di più) il caso SAIPEM12000.

Come se non bastasse, Dolmez a distanza di qualche giorno ha rincarato la dose minacciando di mandare una ulteriore nave sismografica al di fuori della giurisdizione nazionale per attività di ulteriore esplorazione nel Mediterraneo Orientale.

Appare dunque evidente il peso specifico di Ankara (e di riflesso Mosca) nella definizione di uno scenario stabile e prosperoso in quell’area del Mediterraneo. Prescindendo dalla legittimità o meno delle rivendicazioni erdoganiane, la sensazione è che il coinvolgimento della Turchia nel sistema EastMed sia necessario per garantire la sostenibilità a medio-lungo termine del progetto. Confidando nella scoperta di nuovi giacimenti nella regione e nella concretizzazione subitanea delle proiezioni teoriche, si auspica un’armonizzazione dei rapporti diplomatici con i principali “stakeholder” in modo da garantire lo sviluppo e la stabilità mediorientale oltre alla diversificazione energetica del Vecchio Continente.

BTE sta per Baku-Tbilisi-Erzurum (Turchia)

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