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“Destra, sinistra e centro sono etichette prive da tempo di effettive distinzioni che non siano in qualche modo riconducibili a ideologie affossate dalla storia o a esperienze di governo che traevano la loro linfa soprattutto dalla necessità, superata da decenni, di arginare le potenzialità disgregatrici di opposti estremismi.

Il Movimento Roosevelt nasce e si sviluppa quindi nelle forme radicalmente innovative di un metapartito fondato su ideali laici, risolutamente democratici, progressisti, social-liberali e libertari, da realizzare con il sostegno del più ampio numero possibile di cittadini che, al di là della loro identità professionale e di qualsiasi genere di militanza o simpatia politica (tranne che, ovviamente, per partiti e movimenti di ispirazione comunista o nazifascista), vi si riconoscono e intendono pertanto promuoverli”.


Questo dice il sito del Movimento Roosevelt. Ma che cos’è in pratica un metapartito? Me lo sto chiedendo da tempo, osservando le dinamiche interne al Movimento, in diverse situazioni.

Molti degli iscritti al MR provengono da precedenti militanze politiche o hanno maturato posizioni ricollegabili a qualche partito già esistente, di destra o di sinistra. Avere alle spalle un’esperienza politica precedente può essere una ricchezza o un ostacolo, a seconda di come la si porta nel MR. È una ricchezza, se consente di moltiplicare i punti di vista sulle questioni importanti riguardanti i diritti e la democrazia; è un ostacolo, se diventa un arroccamento identitario, che riproduce nel MR la litigiosità e l’unilateralità della solita, inutile contrapposizione fra “destra” e “sinistra”, a cui assistiamo ogni giorno nei talk-show.

Se vogliamo diventare un metapartito – diventare, perché si tratta di qualcosa che non esiste, e quindi va intenzionalmente costruito – dobbiamo per prima cosa avere il coraggio di fluidificare la nostra identità politica, di aprire la mente a punti di vista diversi, di avere fiducia che anche chi muove da prospettive diverse possa dirci qualcosa di significativo, di dialogare senza annullare la differenza, ma anche senza sbatterla continuamente in faccia agli altri, di credere che sia possibile giungere ad un punto di convergenza, diverso da quello di tutti i partecipanti alla discussione, ma più ricco di quello da cui siamo partiti.

La psicologia sociale ha largamente dimostrato che bastano le etichette perché due gruppi sviluppino un’identità di gruppo e comincino a contrapporre “noi” a “voi”. L’identità sociale è fonte di conflitto fra i gruppi. Il conflitto in sé non è un male, anzi: se ben gestito, mobilizza le posizioni, genera energia e consente di superare le ipocrisie. Un gruppo variegato ha bisogno di sana conflittualità per non cadere nell’irenismo, ovvero nella pura e semplice indifferenza dei punti di vista. Non è questo che deve essere un metapartito, ovvero un contenitore indifferenziato di posizioni appiattite da una finta concordanza, sul modello dei partiti padronali, nei quali le differenze possono essere opportunisticamente accantonate, per comune sudditanza al capo, dispensatore di ricompense e prebende.

Tuttavia, la pura contrapposizione non produce nulla più del conflitto. Il conflitto può anche disgregare e impedire di indirizzare le energie verso un obiettivo comune e costruttivo. Fomentare il conflitto interno ad un gruppo è un metodo ben collaudato per farlo fallire. Sempre la psicologia sociale insegna che, per arginare un conflitto fuori controllo, il modo migliore è individuare un obiettivo comune, che richieda uno sforzo congiunto dei gruppi contrapposti. Occorre costituire un “noi”, diverso e più ampio di quello di partenza, accantonare le etichette reciproche, avere contatti frequenti e obbligati, cooperare per unire le forze.

Noi Italiani siamo inclini all’individualismo, al campanilismo e alla frammentazione politica. Ce lo dice la storia politica del nostro Paese, nel quale da sempre le differenze contano più delle somiglianze (basta guardare la scissione dell’atomo a sinistra) e dove le convergenze sono per lo più strumentali alla conquista del potere (basta guardare a destra e agli inciuci bipartisan). Non è facile, perciò, pensare in modo metapartitico. Certo è che continuare a rimarcare le differenze non consente di arrivare ad una sintesi superiore.

Credo perciò che sia necessario formarci alla prospettiva metapartitica. Non può essere data per scontata e non si realizza da sola. Richiede uno sforzo, un superamento, un oltre (metá, in greco, vuol dire “oltre”, “al di là”). Si può fare solo smettendola di assegnare un’etichetta ideologica alle idee e alle posizioni. Va bene che ciascuno abbia la propria visione (più socialista o più liberale), ma non deve essere questo il criterio con il quale un’idea o una proposta deve essere accettata o respinta (“sei di sinistra, quindi quello che dici non va bene” e viceversa). Un’idea è buona in sé, non in virtù dell’appartenenza politica e della persona che la veicola. Le generalizzazioni non portano da nessuna parte. Solo restando nel merito delle questioni si può discutere anche animatamente, ma arrivando da qualche parte e senza offendere o svalutare nessuno.

Per questo sono importanti due cose: elaborare e praticare una pedagogia interna del dialogo democratico (come ho già scritto: Le regole del dialogo in democrazia) e lavorare per costruire, punto per punto, come si è già iniziato a fare, una proposta politica condivisa, discussa e metabolizzata dall’intero Movimento. Abbiamo molte risorse, persone di qualità e il vantaggio del pluralismo interno.

Se invece ci arrocchiamo sui rispettivi campanili ideologici, con la scusa che “gli altri” portano acqua al proprio mulino, allora non andremo da nessuna parte. Darsi spintoni e colpi bassi mentre la nave affonda non è il modo migliore per perseguire l’obiettivo di ridare speranza e di difendere i diritti. Nemmeno il pessimismo preliminare lo è. Dobbiamo quindi lavorare su noi stessi e sulle nostre forme-pensiero. Niente di ciò che è grande e prezioso si conquista senza fatica. A proposito, oggi è la Giornata Internazionale per i Diritti umani. E, come diceva Eleanor Roosevelt, i diritti sono nelle nostre mani. Buona Giornata a tutti!
Commenti   
+1 # " Confrontarsi e far Fluire le Idee"Giovanni Fabozzo 2017-12-12 01:43
Buonasera a Tutti. . . Concordo pienamente sul fatto che le Esperienze Passate vadano Condivise senza arroccati su Posizioni Identitarie
. L' Energia deve fluire per superare i Co flutti. . . E per questo credo che un MR sia utile. . . Purtroppo siamo troppo abituati, ma Inconsciamente cerchiamo Tutti qualcosa" la Giustizia. . . Saluti a Tutti. . . Giovanni Fabozzo. . .
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0 # RE: Che cos'è un metapartito? Riflessione per la Giornata Internazionale dei Diritti umaniFilippo Albertin 2017-12-17 09:59
Aprire la mente alla concretezza, liberandosi da etichette ormai vuote di senso, è cosa auspicabile sempre. Mi permetto però di far notare quanto i termini "destra" e "sinistra", per quanto sostituibili, debbano per forza individuare, nella loro sostituzione con qualcosa d'altro, una differenza, una distanza, una scelta chiara, altrimenti rischiamo di cadere nel buonismo tuttologico dove è ammesso tutto e il contrario di tutto. Faccio un esempio concreto. Più volte, nel Movimento Roosevelt, è stato nominato come ispiratore il grande politico svedese Olof Palme, oppure il modello keynesiano, largamente presente nel suo pensiero politico... tutte cose chiaramente orientate alla socialdemocrazia e a schemi politici ed economici (si veda appunto la via svedese all'incontro tra libero mercato e interventismo statale) che a suo tempo sono stati evidentemente "di sinistra", o socialisti che dir si voglia. Negare questa appartenenza mi sembra errato. Possiamo sostituirla con altri termini, certo: "progressismo", per fare un esempio condiviso e (giustamente) amato. Ma se da un lato esiste il progressismo, dall'altro esiste il suo contrario, il conservatorismo reazionario, il neoliberismo selvaggio, la neoaristocrazia... Ora, un partito può dirsi di destra o di sinistra, ma se la sua politica è nei fatti orientata a queste forme appunto oligarchiche e volte alla disuguaglianza, direi che sarebbe il caso di NON dialogare con tali forze, di allontanarle. Insomma, massima apertura, certo, ma nell'ottica di una precisa coerenza con l'ideale rooseveltiano ampiamente espresso nella Dichiarazione dei Diritti Umani...
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