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cfa franchi 0aa17

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            Negli ultimi giorni si sono succedute dichiarazioni di Salvini, Di Maio, ma anche di Conte in chiave polemica verso la Francia. La stampa main stream ha bollato queste esternazioni, a seconda delle fonti, come un polverone per nascondere le difficoltà interne o come una manovra per creare un nemico esterno a giustificazione di certe debolezze strutturali, programmatiche nonché di impedimento all’affermazione delle politiche governative. Insomma, la versione moderna della “perfida Albione”. Non si può negare che esista il pericolo concreto di un’utilizzazione in tal senso delle affermazioni suddette, ma esse forse hanno un fondamento molto meno effimero e superficiale e vanno verso un’auspicata reazione a mire espansionistiche, in senso di sfruttamento di risorse finanziarie, industriali ed economiche in generale. Si era scritto in fase di presentazione del nuovo Dipartimento (11 ottobre 2018 su FB) che i principali problemi geopolitici dell’Italia (a parte quelli inerenti alle politiche nell’Unione Europea in senso stretto) sono essenzialmente tre e collegati tra loro. Uno di questi è appunto la Francia. 

Il 9 gennaio sullo stesso spazio dedicato al Dipartimento è apparso un intervento in cui si auspicava una reazione del governo italiano ai continui tentativi della Francia di fagocitare il sistema economico-produttivo e di approvvigionamento energetico dell’Italia. “In ogni caso è forse giunto il momento che l'Italia non si faccia trovare impreparata e superata negli eventi da questo tipo di iniziative ed inizi ad avere una politica di reazione alla Francia che non si limiti solo a rintuzzare e a difendersi” concludeva tale intervento. Non si tratta ovviamente di entrare in contrasto aspro o in “guerra” con la Francia, che comunque è un paese alleato (fratelli coltelli) e con cui abbiamo in comune strutture culturali, economiche e istituzionali assolutamente imprescindibili, ma piuttosto con la sua attuale amministrazione dalle vocazioni neo napoleoniche particolarmente accentuate. Finché l’Italia si limita a rintuzzare le “offensive” in tal senso, magari anche brillantemente come in Libia, da parte della nazione transalpina, questa reitererà le tentazioni fagocitatrici e protezionistiche: Fincantieri, Leonardo; sistema bancario e assicurativo: Unicredit, Generali; alimentare: Parmalat; telecomunicazioni e media: TIM e Mediaset; Libia e approvvigionamenti energetici in generale, sapendo che rischia ben poco e, in caso di fallimento, può riprovare in tempi successivi, magari con migliori condizioni per farcela. Perché lo fa? Fondamentalmente per due ragioni: l’Italia è il suo principale e più temibile concorrente all’interno dell’Unione Europea e contemporaneamente ha bisogno di un maggior bacino di influenza e di più ampie risorse da mettere sul piatto per un rapporto equilibrato del direttorio franco-tedesco, e le risorse italiane, cioè di un paese avanzato industrialmente, per il loro alto valore aggiunto, sono particolarmente appetibili. In questo, in maniera apparentemente paradossale, come citato all’inizio, è supportata dalla comunicazione main stream italiana, appoggio tra l’altro di vecchia data; si ricorda come più di paio di decenni fa certa stampa nostrana tendeva ad auspicare una sorta di benevolo protettorato del sistema economico industriale francese su quello italiano per rimediare ai supposti ritardi strutturali, tecnologici e organizzativi di quest’ultimo e aiutarlo a competere con la Germania (sic). Se l’esito è quello di vedere ad esempio la produzione di Parmalat espropriata in favore di quella transalpina di Lactalis, come sta avvenendo…

         Si tende ora a ridimensionare il problema del franco CFA, a dichiarare che questo sistema economico è liberamente voluto ed auspicato dai paesi membri, che la moneta può essere un fattore di stabilità dell’intera area, che il deposito del 50% di valuta presso le istituzioni francesi non è un grosso problema (ma come? voglio vedere se un qualsiasi paese si tratterebbe a garanzia il 50% dei nostri ricavati sull’export) e che i problemi di povertà di quei paesi sono essenzialmente dovuti alla corruzione e al dispotismo di quei regimi (che la Francia stessa sostiene però). È innegabile che la corruzione sia uno dei principali problemi, ma ridurre il tutto solo a questo ha del superficiale, o peggio, del tendenzioso. Basta seguire su you tube o su google gli interventi di Kèmi Sèba, di Mohamed Konare, di Ilaria Bifarini, o di Nicoletta Forcheri (forse i più puntuali) per capire veramente come stanno le cose. Sì è tentato di screditare a esempio Sèba sul fatto che sia affiliato a movimenti estremisti, islamisti radicali, razzisti a antisionisti, ma al di là del fatto se sia vero o meno (e non mi esprimo, se non per ribadire l’odiosità di razzismo e antisemitismo e fanatismo, perché questo non è l’argomento del dibattere) non inficia di un millimetro le tesi sul franco CFA.

Tra l’altro Mentana e il suo nuovo nato Open hanno tentato di smentire l’affermazione di alcuni esponenti del nostro governo sul fatto che ci sia immigrazione dai paesi con valuta CFA per sua causa, e hanno affermato che l’immigrazione da queste terre sia trascurabile, intorno all’11% sul totale. A parte il fatto che la percentuale, calcolatrice alla mano, è più alta di qualche punto, se vediamo le percentuali di immigrazione pubblicate dallo stesso sito, scopriamo che dalla Nigeria arriva il 5,7 % di immigrati, mentre dal Pakistan il 7,2 e dall’Algeria il 5,5, mentre ad esempio dalla Costa d’Avorio il 4,8 e dal Mali il 4. Entrambi fanno parte del sistema economico CFA. Certo, quindi le percentuali sono minori. Ma andiamo a vedere le popolazioni di quegli stati; la Nigeria supera i 200 milioni di abitanti e il Pakistan arriva a 197. La Costa d’Avorio ha 20 milioni di abitanti e il Mali 16. I paesi del franco CFA escluso il Congo (di cui non sono pubblicati i dati sull’emigrazione) assommano a 160 milioni di abitanti, 240 se lo includiamo. Quindi, con una popolazione totale paragonabile alla Nigeria, arrivano a percentuali di emigrazione di più del doppio della Nigeria stessa, e di circa il doppio del Pakistan. Andando ad analizzare le tabelle, se la costa d’Avorio avesse gli stessi abitanti della Nigeria, avremmo dovuto aspettarci un’emigrazione in assoluto dieci volte più numerosa, otto volte circa più numerosa di quella nigeriana. Certo, il franco CFA non sarà l’unica causa, ma aiuta, eccome, a favorire questa emigrazione. Non dimentichiamo che questa valuta è stata voluta dal governo francese a ispirazione del franco ai tempi della dominazione hitleriana, valuta che era stata disegnata apposta per tenere in scacco economico e di sfruttamento la Francia occupata.

Quindi, ben venga una reazione italiana in tal senso, che ha scatenato a sua volta reazioni molto forti da parte del governo francese, prova che ha colpito nel segno, dove più duole, poiché può e deve essere intesa come un primo avvertimento a non tentare di imporre alla nostra Repubblica accordi squilibrati, se non di sostanziale sudditanza. A tale avvertimento dovrebbe seguire una politica più efficace e di collaborazione verso questi paesi e verso Algeria e Tunisia, seguita da una proposta per un nuovo Piano Marshall economico certo, ma anche di rispetto dei Diritti Umani, che finalmente sollevi quest’area da atavici problemi che il franco CFA di certo non contribuisce ad alleviare, anzi.

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